È ANSA è vero. Ancora per quanto? Intanto è scontro, non solo sindacale

Non so quanti abbiano capito il meccanismo da ghigliottina che cadrà sui giornalisti dell’Ansa il 18 luglio, quando scadrà il termine dei 25 giorni di legge per trattare i contratti di solidarietà che l’azienda vuole applicare, per risparmiare. Contratti di solidarietà quantificati in 65 esuberi su 324 giornalisti (35 esuberi su 184 poligrafici) e previsti accanto ad altri tagli (straordinari, collaboratori e altri budget) – alcuni già partiti per i poligrafici, in attesa di quelli per i giornalisti – fino a racimolare i 5 milioni di euro che per ora mancano a pareggiare il bilancio 2015. Già, perché di solito le aziende pensano ai contratti di solidarietà quando chiudono i bilanci in perdita, ma gli editori proprietari dell’Ansa hanno deciso di giocare d’anticipo: contratti di solidarietà in previsione di una perdita di 5 milioni a fine anno (modesto invece, 272.000 euro, il rosso del bilancio chiuso nel 2014).

La ghigliottina è quella della cassa integrazione straordinaria (Cigs) che l’azienda potrà applicare unilateralmente allo scadere dei 25 giorni dal momento della presentazione, il 23 giugno, della richiesta di stato di crisi (legge 416/81). Al tavolo con il CdR, il sindacato interno dei giornalisti, l’azienda ha fatto capire che anche se si arriverà alla Cigs non sarà ‘cassa’ vera per 65 persone, ma un meccanismo a rotazione tipo i contratti di solidarietà, un meccanismo già applicato ad esempio nell’accordo del Corriere della Sera per gli ultimi tre mesi del 2015. Ma il Corsera ha scelto la Cigs per continuità con la cassa integrazione, vera, dal 2016, per 33 giornalisti anziani che a fine provvedimento potranno andare direttamente in pensione. All’Ansa la situazione è del tutto diversa: anche gli anziani sono troppo giovani per il pensionamento a 65 anni, al massimo avrebbero potuto accedere ai prepensionamenti pure previsti come misure della legge 416, che scattano a 58 anni, ma questi non sono stati più rifinanziati dal Governo.

Più d’uno parla di una richiesta congiunta al Governo Renzi da parte degli editori di giornali italiani, per finanziare circa 400 prepensionamenti nelle diverse testate, Ansa compresa dove nel biennio 2016-2018 maturerebbero i requisiti a 58 anni forse 70 giornalisti: ohibò, un numero simile a quello degli esuberi dichiarati dall’azienda per quantificare l’entità dei contratti di solidarietà.

Il costo di tutti i 400 prepensionamenti sarebbe di circa 100 milioni. Ma il Governo Renzi non vuole finanziarli, perché così si troverebbe a promuovere la cancellazione di posti di lavoro, cosa che non è bella come trovare fondi per la creazione di posti di lavoro. Una politica che va nella stessa direzione di quella dell’Inpgi, l’istituto di previdenza dei giornalisti che, alle prese con un futuro difficile (troppi pensionati e troppo stipendiati ma drastico calo di assunzioni: in prospettiva non avrà più l’equilibrio tra contributi versati e pensioni da pagare), pensa già a rivedere al rialzo i coefficienti di prepensionamento, se non ad abolirli del tutto.

Qualcuno dovrebbe però far notare al Governo Renzi che la cancellazione di posti di lavoro tradizionali nell’editoria mainstream italiana è già in corso e che è solo questione di tempo: accelererà e crescerà perché il sistema non regge il confronto con internet (vedi https://lavandaia.wordpress.com/2015/05/31/e-internet-bellezza-cambia-il-giornalismo-ma-non-la-notizia/ ). Dunque non c’è nulla che un Governo possa fare per questo settore vecchio se non attutire il colpo: permettere ai giornalisti anziani di andare in pensione e, togliendo loro di mezzo, fare posto finalmente ai giovani. E, se davvero vuole creare posti di lavoro nuovi, c’è un’altra cosa che il Governo può fare: finanziare tante sperimentazioni di nuovi modelli di business, affinché nasca il prima possibile un sistema editoriale del tutto diverso e al passo con il nuovo pensiero (e mercato) a rete, dettato da internet. Perché sia un ambito migliore, come perfino Umberto Eco auspica quando chiede un controllo sulle Bufale online (io lo chiederei anche sulle Bufale di carta, ma tant’è).

Tornando alla ghigliottina, quel che il puro ragionamento suggerisce è che il CdR dell’Ansa lotterà finché potrà – spinto da un’Assemblea agguerritissima dove i capi hanno un ruolo non  indifferente – ma alla fine del periodo, un po’ prima del 18 luglio, se vorrà evitare la Cigs dovrà sedersi al tavolo dei contratti di solidarietà. Forse, prima, riuscirà a spuntare l’assunzione di due dei dieci precari per cui ha indetto la seconda ondata di scioperi (nota: assunte le prime due precarie l’1 luglio). Poi, se sarà capace, riuscirà a dimezzare la richiesta dell’azienda: da 4 a 2 giorni di solidarietà a testa al mese, per due anni, fino al 30 giugno 2017. Se sarà molto capace, ma dubito, riuscirà a scendere a un solo giorno al mese. In ogni modo, l’applicazione dei contratti di solidarietà implicherà anche il blocco degli straordinari, il blocco del turn-over e, se utile, mobilità interna. Nessuno riuscirà poi a evitare altri tagli che sono del tutto nel potere della sola azienda, quelli agli altri budget che fanno particolarmente infuriare i capi: se riduci le redazioni del 20% o del 10% – argomentano – e in più mi togli  i compensi dei collaboratori, io le notizie mica le posso sfornare più come prima! Senza contare che l’azienda ha già aperto le ostilità: ha comunicato il blocco degli straordinari del personale poligrafico, già insufficiente in molte sedi e del tutto assente in altre, che costringerà i capi, soprattutto delle sedi regionali, a sobbarcarsi ulteriori mansioni amministrative. Siamo giornalisti chiamati quotidianamente a grandi responsabilità – obiettano – ma vogliono che facciamo i venditori e gli impiegati che compilano tabelle di orari.

Ciò che davvero spaventa in tutto questo è la miopia di editori davvero venditori di patate, invece che di costruzione socio-politica, economica e culturale (questo è il potere della stampa). Accanto all’analoga miopia di un Governo che, in questo caso, avrebbe davvero il potere di incidere, ma rinuncia a farlo in nome di piccoli interessi di bottega.

Aggiornamento 11 agosto 2015. Il 6 agosto Ansa‬ e CdR, Fnsi e Fieg “hanno convenuto sul ricorso ad un contratto di solidarietà che sarà attivato per 24 mesi – a partire dal 6 agosto 2015 fino al 5 agosto 2017 – con la finalità di gestire in maniera non traumatica le suddette 60 eccedenze giornalistiche ex art.1 sull’organico redazione di 325 giornalisti ex art.1 del Cnlg”. Identico periodo di solidarietà anche per i 182 poligrafici (35 gli esuberi quantificati per loro). Per i giornalisti questo si traduce in 2 giorni al mese a testa di non lavoro fino a tutto gennaio 2016, poi verifica per aumentare fino a 4 giorni al mese per il resto del periodo, salvo cambiamenti societari o fusioni secondo direttiva Lotti o progetti governativi. Questo prevede l’accordo siglato, ora sottoposto a referendum dei giornalisti fino alle ore 10 del 14 agosto: l’azienda applicherà l’accordo di solidarietà anche se il referendum non raggiungerà il quorum (voto di oltre 163 dei 325 giornalisti), fino a che non sopraggiunga una eventuale disdetta, ma è necessario che vinca il voto contrario in un referendum validato dal quorum.

– Pdf ammortizzatori sociali Fnsi (pagg. 10-11) http://www.fnsi.it/Archivio/VADEMECUM_AMMORTIZZATORI.pdf

– Una voce almeno un po’ sensata è quella di Articolo 21 http://www.articolo21.org/2015/06/ansa-art-21-qualcuno-batta-un-colpo/

È ANSA è sciopero. L’hashtag #resistANSA entra nei Trend Twitter

++ NOTA AGLI UTENTI, SCIOPERO DEI GIORNALISTI DELL’ANSA +++ 

(ANSA) - ROMA, 24 GIU - Informiamo gli utenti che le trasmissioni di tutti i notiziari dell'ANSA e l'aggiornamento del sito ansa.it sono sospesi fino alle 7 di giovedì 25 giugno per uno sciopero dei giornalisti proclamato dal Cdr nell'ambito
di una vertenza aziendale. (ANSA).

RED/ – 2015-06-24 00:07

+++SERVICE NOTE – ANSA JOURNALISTS STRIKE+++ 
UNTIL 07:00 THURSDAY 


            
            (ANSA) - Rome, June 23 - We inform all users that the
transmission of all ANSA newswires, as well as updates to the
ansa.it website, have been suspended until 07:00 on Thursday
June 25 because of a journalists' strike called by the internal
union, the CDR, for a labour dispute.

GEE/ – 2015-06-23 19:22

Editoria: cdr, sciopero immediato dell’ANSA fino a giovedì 
‘Piano azienda 65 esuberi irricevibile, assemblea il 25 giugno’ 


(ANSA) – ROMA, 23 GIU – Il Cdr dell’ANSA proclama lo sciopero immediato e fino alle 7 del mattino di giovedì 25 giugno “Il Cdr – in una nota – dichiara irricevibile il piano di riorientamento e sviluppo, presentato oggi dall’azienda, nel punto in cui per la redazione giornalistica prevede 65 esuberi da gestire dal primo luglio con un ricorso alla cigs o a contratti di solidarietà per l’emergenza di un rosso di bilancio stimato per il 2015 in 5 milioni di euro”. “Il Cdr convoca l’assemblea generale della redazione dell’ANSA per giovedì 25 giugno”. “I giornalisti dell’ANSA – prosegue la nota – dicono no ad un nuovo intervento straordinario di recupero costi che vanificherebbe i pesanti sacrifici fatti negli ultimi anni ed ogni reale prospettiva di sviluppo dell’agenzia oggi necessaria per difenderne il ruolo di cardine nel sistema dell’informazione in Italia”. “I giornalisti dell’ANSA dicono no al ricorso a contratti di solidarietà che rappresenterebbe un arretramento irreparabile in termini di qualità e copertura dell’offerta giornalistica mettendo a rischio il ruolo e la posizione di mercato di prima agenzia italiana”. “I giornalisti dell’ANSA – conclude la nota – ritengono impercorribile l’apertura di un nuovo confronto mentre restano disattesi impegni legati agli accordi sindacali per il precedente stato di crisi”. (ANSA). 


RED-NS1/NS1 – 2015-06-23 19:09

Digital Champion vs. Sindacalista. Incontro ravvicinato del terzo tipo, ma senza musica

Bologna si è scoperta città dell’innovazione digitale per un week end, quando si sono incrociati due appuntamenti, diversamente significativi per questi tempi di trasformazione strutturale: la seconda edizione del Rena – Festival delle Comunità del Cambiamento, davvero un festival, e il primo hackathon della Regione Emilia-Romagna che ha deciso di aprire in Open Data almeno una parte della sua Amministrazione Trasparente, sezione obbligatoria che già raccoglie dati sugli appalti della ricostruzione post-sismica fino al settembre 2014, un po’ di bandi di gara e appalti, consulenze e altre amenità.

Nella due giorni di Rena forse l’appuntamento clou, nonostante i quattro workshop all’Urban Center, è stato l’incontro ravvicinato del terzo tipo tra il Digital Champion d’Italia, Riccardo Luna, e il sindacalista d’Italia per eccellenza, Maurizio Landini, che ha lanciato la sua Coalizione Sociale a partire dalla Fiom-Cgil, di cui è segretario fino al 2018 (un tentativo di partire dalla concretezza metalmeccanica per riunire qualcuno dei settori che la società liquida ha sciolto).

Per spiegare quanto è davvero necessario cambiare – e lo è, cambiare testa e approccio prima ancora che il modo di lavorare o di intessere relazioni – Riccardo Luna ha detto che spesso si parla di trasformazione ma senza che questa poi si concretizzi: “Vai a dei convegni e non cambia nulla”. Giusto. Peccato però che lo ha detto proprio in un convegno. Che tra l’altro lui ha abbandonato a poco più di metà, senza ascoltare tutte le puntualizzazioni di Landini, né gli altri due relatori sul palco insieme a loro: la docente di comunicazione politica Giovanna Cosenza e Jacopo Tondelli degli Stati Generali.

Nel frattempo Landini ha fatto un po’ di autocritica: “Il sindacato è in crisi e se non cambia, non andiamo lontano”. Con la sua Coalizione intende “lanciare l’uso di spazi pubblici a fini sociali”. Innovazione? Sì, “ma dove producono gli iPad? A quali condizioni di lavoro?” E “le grandi scelte chi le fa?” Perché per la crescita diffusa, in quest’oggi di trasformazione, è determinante l’investimento pubblico, nei settori importanti appunto per il cambiamento: conoscenza, connettività, energie rinnovabili. E “qual è l’idea di futuro?”. Non certo quella dominante ora. “Di sicuro io un livello di ingiustizia sociale così non l’ho mai visto”, ha detto Landini, ricordando che si è felicissimi già quando si ottiene un contratto a termine di tre mesi: “ma che mondo è?”.

E’ durante lo scrosciante applauso alla fine del penultimo intervento di Landini che Riccardo Luna decide di alzarsi: saluta, ha un altro impegno e se ne va. Non ascolta dunque Giovanna Cosenza, sul palco anche lei: “Il discorso di Maurizio dà voce alla rabbia altrui. Va in prima pagina, fa notizia: la speranza fa meno notizia”. La rabbia è necessaria come impulso, spiega, ma va incanalata, bisogna costruire perché il cambiamento non porti solo distruzione.

Lo so, un esercito di innovatori ora mi criticherà: ma possibile che Riccardo Luna non abbia detto proprio nient’altro? Ho riguardato gli appunti. E’ vero, ha detto anche che, in alcune occasioni, i Digital Champions non solo fanno i volontari, ma pagano “30 euro l’anno per fare i volontari. Mi sembra una buona cosa”, ha commentato, nell’ottica del cambiamento. L’universo retorico di riferimento è sempre quello: non chiederti cosa può fare per te il tuo Paese, chiediti cosa puoi fare tu per il tuo Paese. Lavoro volentieri per il bene comune e se lo fa anche il mio Paese, che in Italia non è scontato, lo faccio anche più volentieri. Ma a me sembra una pessima idea pagare per lavorare o per fare il volontario. Qualcuno deve spiegarmi per cosa dovrei essere pagata allora e non sono ammesse battutacce. Perché se non è per il mio lavoro poi non vi stupite se mi arrabbio.

Nello specifico, mi sono arrabbiata. Ho spiegato perché alla mia vicina di sedia, una simpatica spagnola che di mestiere fa il coach del cambiamento (il cambiamento ti stressa? Ti calmo un po’ e ti consegno qualche strumento per affrontarlo, persona o azienda che tu sia). Lei si fa pagare e a me sembra giusto. Comunque, si è incuriosita dei miei sbuffi, di più perché sono riuscita a raccontarglieli in spagnolo. Ci siamo  scambiate i contatti facebook e me ne sono andata. Sono tornata a lavorare sugli Open Data della Regione Emilia-Romagna, poche centinaia di metri più in là (anche se poi più che lavorare mi sono messa a scrivere questa nota qua). Uscendo, ho incontrato Landini: l’ho ringraziato e gli ho stretto la mano.

Ho incontrato anche un collega, che era arrivato fin lì solo per Landini: di Riccardo Luna non ha scritto una riga. Però questo mi dispiace. Perché per me bisogna ascoltarlo per bene. Così ci si fa un’idea precisa.

Comunque mi è dispiaciuto di più che quelle centinaia di persone arrivate lì per ascoltare che cosa avrebbe potuto produrre l’incontro tra una solida cultura sindacale e un “innovatore”, in realtà abbiano ascoltato due linguaggi diversi. Perché, se è certo che Landini ha bisogno di una interfaccia verso il cambiamento epocale rappresentato dalla liquida società internettiana, mi sembra di aver capito che la sua interfaccia non è Riccardo Luna.

link:

http://www.progetto-rena.it/festival-2015/

http://dati.emilia-romagna.it

AGENZIE DI STAMPA, riordino o risparmio cieco? I giornalisti dell’Ansa mettono in fresco 10 giorni di sciopero

È bizzarra la sensazione di sezionare a fondo una ipotesi che nessuno ha ipotizzato. L’hanno provata i giornalisti dell’Ansa che il 4 giugno si sono trovati costretti a ragionare in assemblea di contratti di solidarietà finiti sui giornali, senza che però l’azienda non li avesse neppure accennati al CdR, il sindacato interno dei redattori.

Certo l’Ansa è una cooperativa in cui i soci sono editori di giornali cartacei, quotidiani che sono in perdita continua da diversi anni. E il futuro non è roseo per il settore [ https://lavandaia.wordpress.com/2015/05/31/e-internet-bellezza-cambia-il-giornalismo-ma-non-la-notizia/ ] . Dunque non è peregrina l’ipotesi che gli editori vogliano risparmiare nei costi. Anche se è singolare pagare con tagli sul costo del lavoro un aumento nel costo del lavoro: contratti di solidarietà (che le voci più pessimiste fanno arrivare a copertura di forse 40 esuberi) per affrontare un aumento strutturale nel costo del lavoro che si aggira intorno al milione e mezzo di euro e anche per mettere qualcosa a pizzo per un minimo di serenità, per non viaggiare a vista neanche anno per anno, ma di sei mesi in sei mesi.

Ancora più singolare è trattare l’Ansa solo come un costo: un patrimonio di oltre 320 giornalisti che anni di cinghia stretta hanno demotivato e incattivito, ma che sono ancora capaci di lavorare, anche molto, anche in condizioni difficili; un brand che gli esperti di marketing descrivono come molto più affidabile rispetto a quello dei marchi proprietari; la più grande agenzia di stampa italiana che, nonostante i continui tagli, e investimenti sotto il minimo negli ultimi anni, fatti giusto per arrivare online e restarci, è ancora in grado di rappresentare il Paese all’estero, là dove serve al Governo; sul piano interno resta il maggior fornitore di cronaca in tutto lo Stivale. Soprattutto, con la sua copertura politica, nazionale e anche a livello regionale e locale,  l’Ansa ha ancora una esclusiva centralità nel funzionamento democratico italiano, garantendo tuttora un pluralismo informativo che in altre testate è ormai una chimera.

E decisamente sgradevole è osservare il comportamento dei suoi editori proprietari: con l’avvento del web si sono ritrovati a possedere non più solo un’agenzia di servizi, ancora utili, ma un’azienda diventata un diretto concorrente online. Non hanno mai affrontato il conflitto di interessi se non frenando il suo potenziale di sviluppo: per vocazione l’Ansa, spesso più dei giornali direttamente appartenenti ai soci, in internet potrebbe trovare una sua strada specifica. Se non altro, potrebbe far partire una serie di sperimentazioni, anche a basso costo. Come imporrebbe l’epoca di profonde trasformazioni del settore. Potrebbe ma non lo può fare, per non fare concorrenza ai suoi “padroni”.

Dunque gli editori soci prima frenano l’Ansa per subire il meno possibile la sua concorrenza, poi imputano all’agenzia di avere costi del lavoro troppo alti rispetto ai ricavi che è in grado di fare. Che pure trova sul mercato nonostante il freno. Una contraddizione in termini, che i proprietari hanno deciso di far pagare ai giornalisti, nonostante questi non si siano mai sottratti al confronto con l’azienda sui costi da ridurre. Perché per gli editori soci, appunto, l’Ansa è sempre più un costo.

Altrove, sarebbe considerata un patrimonio. Oltralpe ad esempio, dove la France Press ha un ruolo pubblico ben definito.

Anche i giornalisti dell’Ansa la considerano un patrimonio e, per tutelarlo di fronte a uno scellerato e misero conto delle sole spese, hanno affidato in Assemblea un pacchetto di 10 giorni di sciopero al CdR. Non si sa mai che arrivassero davvero sul tavolo quei contratti di solidarietà. Che stavolta rischierebbero di far saltare, forse, la stessa struttura produttiva che rende l’Ansa una ricchezza unica nel panorama giornalistico italiano: venti sedi regionali aperte 365 giorni l’anno, con la sua rete capillare di corrispondenti e collaboratori. Questi ultimi, sotto attacco per l’evidenza della loro voce di costo, tra le poche davvero chiare nel bilancio aziendale, sono ormai un altro pilastro produttivo. Ridurne i costi significa minare anche quello, insieme al resto.

Questo il comunicato sindacale approvato dall’Assemblea dei giornalisti dell’Ansa il 4 giugno 2015, all’unanimità con tre astensioni http://www.regione.vda.it/notizieansa/details_i.asp?id=217699

È INTERNET, BELLEZZA. Cambia il giornalismo, ma non la notizia.

È INTERNET, BELLEZZA (cit Mauro Alberto Mori)

Non è vero che il giornalismo è morto o almeno in via di estinzione, come dice il mantra che sentiamo recitare da un po’. Però sta cambiando radicalmente e gli editori di quotidiani non sono all’altezza della sfida. Non lo sono nel mondo e peggio in Italia. Come si evince dall’enorme problema economico che non riescono ad affrontare: giornali di carta e copie in abbonamento online non vendono a sufficienza. Invece, il web fagocita contenuti alla velocità di 7 secondi a notizia tra blog e social media, senza distinguere troppo tra qualità (che costa, molto) e fuffa (notizie false o scopiazzate male) o il BuzzFeed del gossip che, accanto alle major dell’online (Google, Amazon, Facebook e Twitter), si accaparra quasi tutto il fatturato editoriale possibile in rete (con diversissime dinamiche di pubblicazione e di business, basato molto anche sui dati tratti dagli utenti). Un gruppo di editori europei è riuscito a ottenere un accordo economico con Google, dopo una serie di cause giudiziarie, mentre un altro gruppo, negli Stati Uniti, ha stretto una alleanza con Facebook. Niente che però basti a sopperire all’emorragia di fatturato causato dal libero flusso di informazione che razzola gratuitamente in rete, senza troppi steccati tra chi la produce e chi la legge, l’ascolta, la vede tra foto e video che possono arrivare anche da uno smartphone in mano a un adolescente. Basta che il ragazzo sia laddove le cose accadono: un terremoto, un incidente stradale o di montagna, la nascita di un principe, il funerale di una popstar.

In questa battaglia di interessi, non solo pecuniari, la libertà, una volta di stampa e oggi di informazione, procede a balzi diseguali: dopo un enorme impulso scaturito dall’uso dell’internet globale, la proprietà privata si è ripresa un bel po’ di assets, almeno in Europa e in Italia, con leggi poco conosciute e avvocati aizzati come mastini contro il singolo blogger che osa rilanciare scritti tutelati dal copyright. Gli editori di carta stampata non riconoscono che la viralità dei propri contenuti online finisce per potenziare la  visibilità anche delle loro testate. Si arroccano in un’autotutela che ha le gambe corte, invece di fermarsi a pensare cosa significa oggi produrre contenuti in rete. In rete, non per la rete, che non è un archivio né tantomeno un foglio elettronico. Una rete che cambia la vita delle persone, prima ancora di cambiare il modo di produrre i giornali.

L’arroccamento in autotutela non è solo degli editori. Più di un giornalista del tradizionale mainstream parla di “dilettanti allo sbaraglio” che, lavorando gratis in cambio di visibilità (compresi docenti universitari o professionisti che gestiscono blog nei siti dei quotidiani online), hanno finito per penalizzare chi invece il ‘mestieraccio’ lo fa “per campare”. Ma la categoria del giornalista di redazione è in “autoconsunzione”, come dice anche il presidente dell’Inpgi, Andrea Camporese, che prefigura il diffondersi di “studi professionali” di giornalisti freelance, una volta che avranno acquisito un’autorevolezza analoga a quella che hanno oggi, ad esempio, commercialisti o avvocati.

Difficile pensare che questo possa bastare a risolvere il problema, enorme, di un settore che affronta una doppia crisi, quella specifica editoriale dovuta a internet e quella dell’economia globale, che pure soffre di una crisi strutturale (logistica, energetica, alimentare, finanziaria).  In questo nuovo mondo c’è mercato per diversi giornalismi, tutti di qualità e tutti che passano dalla rete. E forse non ci sarà più un unico modello di business né le aspettative di guadagno di cui hanno potuto godere fino a ieri editori e giornalisti. Il guadagno, aldilà delle mayor e del gossip, ci sarà per chi saprà offrire prodotti adeguati alla nuova epoca. E vincerà la battaglia per l’attenzione del lettore.

Come dice Beniamino Pagliaro, giovane editore-inventore della remunerata rassegna mattutina @GoodMorningIT e giornalista, ieri dell’Ansa e da poco alla Stampa di Torino: “nella battaglia per l’attenzione o ti risolvo la giornata o passo oltre”. L’informazione che risolve problemi ha dunque un mercato. Già oggi. In cambio però di lavoro vero e nuovo, utile alla società che cambia. Non è mondo per giornalisti dipendenti di una certa età, che una volta finivano la carriera come firme prestigiose di articolesse da pagina dei commenti. Anche chi si sforza a stare online, se non percepisce che la rete non è bidimensionale come la carta, ma sfocia nella vita, non riuscirà a fare quel salto necessario a produrre informazione utile.

Inoltre, online, il giornalista non può guardare il lettore dall’alto in basso, ma deve scendere nell’agone e combattere per la propria “verità”, che potrebbe essere messa in discussione da un professionista della materia affrontata nell’articolo in discussione: un medico, un insegnante, un ingegnere. Tutti online a discutere di cose che hanno studiato una vita.

Dunque i giornalisti devono reinventarsi l’orizzonte professionale e l’attività quotidiana. E, gli editori, tentare di salvare una baracca, un intero settore, che sta affogando nelle perdite e non sa come risollevarsi. Come fare? Intanto dovrebbero smettere di frenare la trasformazione, l’autotutela è inutile: non sarà qualche querela a fermare una innovazione che è strutturale. Poi, dovrebbero indagare sul serio la rete e il paradosso che si trovano a vivere: chi pubblica online per il proprio interesse, senza pensare all’utilità che ne ha il lettore, finisce per penalizzare esattamente il proprio interesse. Inoltre, chiedersi se intendono davvero rispondere alla domanda di qualità nell’informazione.

Sì, questa domanda di qualità c’è ed è legata alle comunità. Chi saprà riconoscere o formare una comunità avrà il suo mercato di riferimento. Più grande la comunità, più comodo il guadagno. E gli editori di mainstream oggi partono avvantaggiati: hanno già un consistente pubblico online per i quali le grandi testate sono punto di riferimento, ma non lo avvertono come parte della propria potenziale comunità. Una comunità che più avrà contenuti utili e importanti per la propria vita, e più potrà produrre economia per il giornale online. Oh certo, anche qui c’è da lavorare. Non funziona più la dinamica meccanica: produco contenuto, lo pubblico su carta e online, incasso da vendite in edicola, anche elettronica, dagli abbonamenti e dalla pubblicità. Questo guadagno continuerà, ma riducendosi moltissimo. Il resto bisognerà inventarlo, indagando le necessità informative della propria comunità.

Marco Montanari, sviluppatore di software, attivista per gli Open Data, en passant consigliere comunale di Castelmaggiore, comune adiacente a Bologna, fa un “mea culpa” e annovera i propri colleghi tra i “distruttori” dell’informazione di qualità tradizionale. “In quanto autori  degli algoritmi che danno visibilità a questo o quel post, a questa o quella notizia – spiega – non potremmo fare molto altro che alzare le mani e dire: era nostro dovere massimizzare l’unico indice valoriale sui quali venivano decisi i nostri stipendi, ovvero numero di visualizzazioni, numero di click, numero di impressioni degli advertiser. E per farlo abbiamo puntato sulla strada più semplice”. Già sente i posteri che accuseranno gli sviluppatori di software editoriali: “Non potrete credere come sia finita questa storia… I 10.000 video più belli di gattini, 100.000.001 modi per essere sicuri che l{u|e}i abbia un orgasmo”. Insomma, la sua categoria non ha saputo inventarsi niente di meglio del clickbait e della profilazione utente per dare agli editori la “certezza” che chiedevano, la stessa “certezza” offerta al lettore: “solo rinforzo positivo su opinioni che sa già di avere”, aumentando la scarsa qualità dei contenuti editoriali.

La trasformazione è in corso, non è conclusa: al momento sopravvivono dinosauri insieme ai nuovi nati, spesso un po’ deformi. Ma nulla sarà come prima. Meglio attrezzarsi e riuscire a cogliere il meglio del vecchio e del nuovo. Per far nascere qualcosa che ancora non sappiamo che forma definitiva avrà ma che auspichiamo abbia una qualche qualità. A chi difende il vecchio mondo informativo come specchio di qualità e correttezza di fronte a una rete attualmente matrigna e ignorante, rispondo che il mondo delle favole non è mai esistito. Che l’informazione, soprattutto in Italia, ha sempre risposto a grandi interessi, economici e finanziari prima ancora che politici. E’ cambiato solo che questi interessi oggi sono più grandi, enormi, e fanno capo soprattutto a multinazionali che di italiano non hanno nulla. E che, se ieri i grandi interessi si celavano dietro all’informazione di qualità, indossando una maschera utile a manovre indicibili, oggi le multinazionali non hanno più pudore e fanno incassi con tutto. E’ vero, BuzzFeed ha 34 milioni di utenti unici solo negli Stati Uniti, come ricorda scoraggiato Michele Smargiassi. Chiunque cerchi qualità oggi si deve accontentare di briciole. Ma non sappiamo quanto siano grandi queste briciole domani. Soprattutto se oggi lavoriamo per le comunità. Cosa possibile, per altro, sfruttando servizi offerti proprio da Fb, Twitter, Google e Amazon. Trovare o formare quelle comunità è un problema che né gli editori né i giornalisti si sono mai posti. Ma oggi, se non ti poni questo problema, o fai BuzzFeed o soccombi.

E poi, diciamolo, la qualità informativa è ontologicamente indipendente dai grandi interessi e l’indipendenza è sempre stata di nicchia. Nessuno ha ancora capito come saprà sostenersi l’informazione di qualità sul web, oggi sappiamo solo che si comincia da qui: le comunità sono il bandolo della matassa.

  • Devo a molte persone i contenuti appresi negli ultimi due anni di studi vari, che sono stati necessari per la stesura di questo panorama della situazione editoriale, soprattutto italiana. Ringrazio anche le persone qui citate perché è stato un recente dibattito facebook con alcuni di loro che mi ha spinto a fare il punto in questa nota. Un dibattito che molto deve al lavoro di anni di Pier Luca Santoro che trovate in http://www.datamediahub.it . Altri sono Andrea Nelson Mauro (mio primo filo per districare la matassa) e i suoi http://www.dataninja.it o tanti come Elisabetta Tola, Giulia Annovi, Alessio Cimarelli, Massimiliano Leone. Alcuni si stupiranno perché non hanno fatto nulla di specifico per insegnarmi qualcosa se non pubblicare online. Spero di essere perdonata se ho dimenticato qualcuno o se qualcuno pensa che non si può puntare il dito sul proprio settore o categoria professionale.

Molte info in più le potete trovare qui –> http://webtv.camera.it/evento/7926 dove ci sono le registrazioni video del grande convegno  “L’Italia cambia. Cambia il giornalismo?” tenuto alla Camera dei Deputati il 20 maggio 2015.