W Lo Stato Sociale! Tra Bologna e Sanremo, la sinistra rifletta un po’ di più

Da quando la band bolognese Lo Stato Sociale, cresciuta con humus dei centri sociali, è stata ammessa alla 68/a edizione del festival di Sanremo, mezza sinistra cittadina è in subbuglio, presa dai punti interrogativi che questa commistione con il mainstream televisivo e, soprattutto, con la massima espressione canora nazionalpopolare, ha aperto nei ‘must’ culturali della politica di base.

Ha tentato di cavare tutti d’impiccio il loro centro sociale di riferimento – il Tpo di Gianmarco De Pieri, presidente di Coalizione Civica (unica opposizione alla sinistra del Pd nel Consiglio comunale di Bologna) – che ha diffuso una nota di appoggio alla partecipazione della band al festival ( https://www.facebook.com/search/top/?q=tpo%20stato%20sociale%20 ) . Una nota che ha fatto un po’ sorridere: non ci sono più i centri sociali di una volta, quando si lottava contro le basi Nato, i Cie o si occupava per dare un tetto ai senzacasa, per diamine :-))) Ma questa sfumatura politica a Bologna è del tutto comprensibile: i due centri sociali collegati, e citati nella nota (Tpo e Làbas), sono affratellati anche dall’esperienza comune di accordi con l’amministrazione comunale per la gestione di spazi, oltre che dalla comune azione politica istituzionale in Coalizione Civica.

Fin qui tutto già noto in città. Ma quel che ha davvero scardinato i riferimenti della sinistra bolognese – e non solo della ‘gauche caviar’ – è l’approccio della band alla complessa operazione culturale costituita dalla loro partecipazione a Sanremo. Tento di tradurre questo approccio (poi magari sbaglierò ma sono sempre pronta a discuterne): Lo Stato Sociale si presenta come un gruppo musicale che – dopo un bel po’ di gavetta in cui sono stati aiutati anche dai loro amici dei centri sociali e dopo un bel po’ di successo raccolto in tanti concerti – approdando a un’occasione d’oro come Sanremo, per l’audience da milioni di spettatori, si è posto il problema di ‘come’ andarci, portandoci quale messaggio. La formula scelta ne ha portati diversi e uno l’hanno esplicitato loro stessi con una semplicità disarmante in un’intervista al Tg1: “abbiamo portato tutte le età”. Dai bambini del Piccolo Coro dell’Antoniano fino alla “vecchia che balla”, ovvero la magnifica Paddy Jones ‘frullata’ per mezzo palco a 83 anni. Passando per loro stessi, giovani maschi di una tipica ‘boy band’ post-adolescenziale. Un caledoiscopio di generi e generazioni che risuona come un gran VAFFA al Rottamatore e inoltre sdogana, finalmente in prime time, la terza età (o quarta?) al femminile. Suggerendo una vecchiaia che può andare ben oltre la figura di “anziana saggia e pudica” che tutta la repressione emotiva e politico-culturale, di destra e di sinistra, ci ha imposto da secoli come unica donna vecchia accettabile. Suggerendo, dunque, una vecchia semplicemente felice. E straordinariamente determinata, aggiungo: sapete quanto allenamento ci vuole per quelle evoluzioni fisiche? Io che ho trent’anni meno di Paddy Jones non ne farei neanche un decimo. Quindi il messaggio per le donne che arriva da questa band di giovani maschietti è: non abbiate paura della vecchiaia e affrontatela facendo quel che più vi piace, con impegno e divertimento. Infischiandovene di chiunque, anche a sinistra – aggiungo – vi voglia “saggia e pudica” una volta anziana, come mi è stato ripetuto anche oggi.
Un altro messaggio è esplicitato nel titolo (“Una vita in vacanza”) e nel testo, che a un certo punto si chiede: “Vivere per lavorare o lavorare per vivere?” E’ una domanda da farsi sempre, ma soprattutto per chi è giovane oggi, quando si vedono salari da fame anche per mestieri una volta ben pagati, come quelli culturali (ricercatori e non solo, anche giornalisti) che implicano anni di studi, preparazione, responsabilizzazione. Un impegno che finisce per servire a poco, perché “hanno fottuto i 30-40enni”, come spiega Ciccio Rigoli in un fortunatissimo post ( https://medium.com/@cicciorigoli/come-hanno-fottuto-i-trenta-quarantenni-51c295050a6c ). Anche se c’è da aggiungere che “hanno fottuto” un po’ tutti, anche i 50enni e 60enni ancora al lavoro: qualcuno esodato senza pensione, altri costretti a inseguire web e ‘touch’ mai appresi del tutto ma imprescindibili per sopravvivere, anche fuori dal lavoro, comunque mai veloci a sufficienza per competere con chi ha vent’anni di meno e il doppio di motivazioni. Comunque incastrati, senza poter produrre sul serio e senza poter andare in pensione. Una situazione determinata dal capitale (finanziario) che, come diceva più o meno Gallino, ha deciso di fare la lotta di classe contro il popolo, un po’ tutto (http://www.claudiograssi.org/wordpress/2010/11/la-lotta-di-classe-la-fa-il-capitale/ ). Usando anche l’Internet.

Insomma, questa band ci ha rappresentati tutti a Sanremo. Tanto che su facebook ho letto più volte, in diversi status: “So finalmente chi votare il 4 marzo alle politiche, voto Lo Stato Sociale”. Scherzando, certo, ma non troppo. In quest’ottica, mentre cominciavo a tessere la pace tra le mie radici della sinistra anarco-pacifista e il mainstream nazionalpopolare che mi fa canticchiare la “vecchia che balla”, un amico – della sinistra un po’ più sinistra e un po’ meno ‘gauche caviar’ – posta sul social una nota stonata. Questo articolo di Nicola Pedrazzi scritto per il Mulino di Bologna, rivista socio-politica e culla del centrosinistra: https://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:4247 .

La prima domanda da farsi è: come mai il Mulino decide di pubblicare una così puntuale critica al messaggio della band?
Un tentativo di risposta, azzardo, può forse essere che Lo Stato Sociale punta il dito, come lo sberleffo di un giullare, sulla “vacanza” dai problemi veri che ci propina la politica, tutta, centrosinistra compreso. Una carenza evidente ancora di più in piena campagna elettorale. A chi mi rifila il solito “fly down che sono solo canzonette”, va detto che è lo stesso Mulino a trattare come politico il messaggio della band. Ma, raccogliendo la provocazione, trattiamo pure questa performance a Sanremo solo come un prodotto culturale. Lo faccio con un’altra domanda: tu, musicista più o meno a sinistra che ha la fortuna di andare in Tv per cinque sere di seguito alla vigilia delle elezioni e davanti a milioni di spettatori, avresti portato una canzone d’amore? Eh già, mi si risponde, in fondo la politica più efficace la si fa attraverso le trasformazioni culturali. Ecco, personalmente credo che al Mulino non piacciano tanto né il VAFFA né le trasformazioni così profonde da mettere al centro una donna, vecchia per giunta e che balla.

E “tutta la banda che suona e che canta. Per un mondo diverso”.

Un’altra domanda è dunque: perché alla sinistra meno finta piacciono così tanto le critiche fatte dal Mulino? La risposta da azzardare qui è più difficile. Ci provo, ma ‘coriggetemi’ lo sbaglio: forse perché non ha strumenti di analisi della politica culturale adatti alla complessità di oggi; forse perché non avendoli è comunque in campagna elettorale e, dovendosela “gestire” in qualche modo, una qualche critica è meglio di niente, forse perché, comunque, un po’, resta bacchettona, povera di fantasia e dunque limitata nella proposta.

Pubblicato da

lavandaia

Giornalista. Nata a Roma nel 1963. Vivo e lavoro a Bologna. Qui le opinioni sono mie o esplicitamente attribuite. Partecipo all'osservatorio Oohmm contro le manipolazioni e l'odio online www.oohmm.info @oohmmInfo - @GiuliSeno on Twitter ma soprattutto Giulia Seno on facebook (non mi sgridate)

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