Femminicidi. Dell’utilità della denuncia nel fermare l’aggressore – Appunti

Continuo ad avere dubbi sulla piena utilità della denuncia penale nel fermare l’aggressore in caso di violenze subite da donne in famiglia, soprattutto se si tratta di partner o ex, cioè nella maggior parte delle violenze di genere fino agli omicidi (sull’esistenza e la definizione del femminicidio si può leggere il blog di Wu Ming e soprattutto i commenti all’articolo, che in sè è un po’ specifico su formule matematiche per me astruse http://www.wumingfoundation.com/giap/2017/01/femminicidio-non-esiste-dice-negazionista/ ).

Ho fatto più di una ricerca dopo l’appello del questore di Milano, Antonio De Iesu, ad alimentare “una maggiore cultura della denuncia da parte delle donne” che subiscono violenze, lanciato dopo un ennesimo femminicidio seguito a ripetute violenze nel corso di anni ( http://www.ansa.it/lombardia/notizie/2017/01/16/questore-milanodonne-denuncino-violenze_89955078-d18a-4c3e-a19b-c4e2012d4942.html ). Ricerche stimolate dagli oltre 350 commenti, molti critici, arrivati a un minipost ( https://www.facebook.com/giulia.seno.98/posts/1314908468566741 ) con cui ho polemicamente/scherzosamente invitato altre donne a scrivere cosa ne pensano, visto che per me, lo ripeto, una cosa è tentare di fermare la dinamica violenta rivolgendosi a un centro antiviolenza, centri peraltro sostenuti con evidenza, giustamente, dallo stesso questore De Iesu. Ma un’altra – del tutto diversa – è denunciare l’aggressore, visto che il marito o convivente violento è facile che reagisca male alla denuncia, reiterando le aggressioni, a volte con una escaltion, diventando stalker, rendendo in genere più difficile allontanarsi da lui.

Evitare di denunciare può salvare la vita di una donna, avevo scritto: le donne dovrebbero saperlo per poter eventualmente, al bisogno, aiutare altre donne. Apriti cielo: mi è stato fatto anche il paragone con le vittime di mafia e il giudice Falcone che invitava a denunciare il pizzo e altre pretese mafiose. Ho obiettato che Falcone era consapevole di essere una potenziale vittima. Lottava sapendo di avere poco tempo e ha fatto una scelta eroica, pagata appunto con la vita. E comunque questo paragone mi ha sorpreso e ancora non sono riuscita a sviscerarlo completamente. Se qualcuno ha pensieri utili, li aggiunga.

Sull’altro versante c’è chi ha trovato invece “aberrante” l’invito del questore a intervenire “sulla ‘cultura della denuncia’ da parte delle donne piuttosto che, per esempio, sulla cultura del rispetto da parte degli uomini”. Come mai se si articolano riflessioni si parla quasi sempre delle vittime?
Certo, esistono ormai anche alcuni Centri per uomini maltrattanti (conosco Modena e Firenze, ce ne sono altri?) che ogni anno trattano sempre più uomini, sebbene parliamo di poche decine.

Sono stata anche accusata di sessismo al contrario, perché ho osservato che in questo modo il questore si è posto come il solito uomo, per di più da un ruolo istituzionale, che deve dire alle donne cosa è meglio fare per loro, in modo autoritario.
Mi è stato obiettato: “il Questore crede nelle sue armi, la denuncia appunto lo mette nelle condizioni di usarle”.
Insomma, alcune denunciano, altre no: il Terzo rapporto Eures sul femminicidio in Italia (novembre 2015, dati al 2014 http://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato4803121.pdf ) dice che è “pari al 10,6% la percentuale di vittime che ha sporto denuncia per le violenze subite”. Aggressore denunciato in questi casi, ma non fermato e, nel tempo, diventato omicida. Qualche articolo e qualche blog sostengono che nel 25% dei casi di femminicidio le donne avevano già denunciato il proprio aguzzino, ma non sono riuscita a capire da dove avevano preso questi dati e dunque lasciamo perdere.
Ma Giorgia Villa ha studiato i dati Istat e ha introdotto un altro elemento: la separazione dall’uomo è pericolosa (e cosa c’è di più divisivo di una donna che denuncia il partner o l’ex?). Dice che il periodo fra domanda di separazione e la prima udienza in Tribunale (90 giorni, ma in media 5 mesi) “e’ uno dei più rischiosi ed infatti (dati ISTAT sulla violenza domestica) il 22% delle violenza fisiche avviene proprio in quel periodo, perché la donna si è ribellata a quelle che magari fino a quel momento erano ‘solo’ minacce, schiaffi etc. Il 36% dei femminicidi avviene proprio lì”.
Non ho trovato esattamente le cifre sulle denunce (mi sono impiccata nei fogli .xls dell’Istat – dati 2014 pubblicati il 23 dicembre 2016 – e non ho trovato le tabelle dal n.30 al n.39 che erano quelle specifiche http://www.istat.it/it/archivio/194779 : help! ), ma per le separazioni il Terzo rapporto Eures conferma che “il periodo a più alto rischio sia quello relativo ai primi tre mesi successivi alla separazione, all’interno dei quali avviene oltre la metà dei femminicidi compiuti tra le coppie separate. Più in dettaglio, ben il 51,8% del totale dei femminicidi commessi nelle coppie separate (periodo 2010-2014) avviene nei 90 giorni successivi la separazione stessa (il 21,4% nel primo mese e il 30,4% tra il primo e il terzo mese), diminuendo significativamente nei periodi successivi: nel 7,1% dei casi il femminicidio è stato compiuto nel periodo compreso tra 3 e 6 mesi dalla separazione, nel 12,5% da 6 a 12 mesi, nel 21,4% da 1 a 3 anni e nel 7,1% da 3 a 5 anni”.

Io capisco la polizia che si sente disarmata: senza la denuncia, e a volte addirittura serve la querela specifica della donna contro l’aggressore, il violento non è perseguibile ( http://www.casadelledonne-bs.it/2013/12/denuncia-o-querela/ ). Ma è il fatto che rappresenti un rischio in più a frapporsi fra la vittima e la “cultura della denuncia”. Accanto ad una purtroppo ancora troppo diffusa “cultura dell’uomo” che al rispetto nei confronti delle donne non ci pensa proprio. Ma questo è una considerazione più soggettiva, sul quale bisogna ritornare. In ogni modo, la donna vittima di violenza si fida poco degli strumenti che lo Stato mette a disposizione per la tutela. “Prima della cultura della denuncia, servirebbe la cultura tout court, la cultura del rispetto”, è stato uno dei commenti al mio post.
Quindi il punto di vista per me deve essere altro e diverso: cari uomini delle istituzioni (e vorrei dire care donne delle istituzioni), se non basta tutto quello che già si fa, non è perché le vittime non denunciano abbastanza, ma perché la denuncia non è abbastanza utile alle donne. E’ nella gestione dell’ordine e nell’amministrazione della giustizia che bisogna guardare ciò che manca, o forse nella legge che prevede di procedere solo in base a denunce e querele. Ogni servizio pubblico, se non viene sufficientemente usato, è perché o non è abbastanza accessibile (e non sembra questo il caso) o non è abbastanza utile. Soprattutto, anche per me, al primo posto di ogni azione c’è la diffusione della “cultura del rispetto”.

movente

Più di una donna si è scagliata con forza contro la vittima che non ha il coraggio di reagire nonostante l’annosa relazione violenta: sono queste donne che bisogna esortare a “uscire allo scoperto” rivolgendosi ai centri antiviolenza e anche a “denunciare” quando interviene la polizia. Questa è “la cultura della denuncia da parte delle donne” che sarebbe tanto utile a chiunque aborre la violenza nelle relazioni. “Denunciare mi sembra il minimo!”, hanno scritto, orgogliose di essere donne, piene di giusto amor proprio, ferito anche solo dall’idea che un uomo possa osare alzare un dito su di loro. Donne però che, per loro stessa ammissione, non hanno mai subito alcun abuso. Donne che dunque non sono mai state costrette a reagire, magari escogitando mille modi per fuggire senza darlo a vedere, sfuggire senza dare nell’occhio, perché ogni attenzione del violento su di loro può significare botte, minacce, vessazioni. Fortunate che non fanno parte di quel terzo di donne italiane che hanno subito violenza almeno una volta nella vita, queste donne sono quelle che più si sentono rappresentate dall’esortazione del questore e affermano: “non bisogna neanche cominciare la relazione con un violento! Al primo accenno via, allontanarsi e denunciare!”. Purtroppo la cultura del rispetto non è così diffusa, anzi, a volte la vita di abusi comincia nell’infanzia, inquinando tutto il resto della vita, e non sono pochi i casi, che però sono cominciati a emergere diffusamente solo negli ultimi anni. Queste donne orgogliose non hanno chiaro in che modo loro stesse possono aiutare quelle che invece, sfortunate, si sono trovate a diventare vittime: di sicuro non sbattendo in faccia a nessuno la propria sicurezza, ma usandola a beneficio dell’accoglienza, dell’offerta di possibilità alternative, che esistono, prima di passare a denunce e querele, che nell’ambito di una relazione violenta rappresentano un vero e proprio contrattacco. Che spesso una donna vittima non è in grado di portare fino in fondo, finendo per ritirare la denuncia.

separazione

Insomma, forse bisognerebbe guardare la situazione, per un attimo, dal punto di vista della vittima di violenza, che si può sentire aiutata da un Centro antiviolenza ma non necessariamente, non subito, dal denunciare l’aggressore. Con tutto quello che comporta di ulteriore esposizione del proprio dolore o in termini di fragilità, paura, impotenza.
E non è fuori tema tentare di ribaltare il punto di vista, dalle vittime all’aggressore, dalle “gag” sullo stupro a cui siamo abituate da una vita – “eh però era sbronza, eh però era una prostituta, eh però non ha denunciato” (cit) a qualche osservazione sui violentatori. Possibile che non si riesca mai a ribaltare il focus passando da quel che avrebbe dovuto fare la vittima a quel che invece avrebbe dovuto fare l’aggressore? Ovvero, semplicemente, non aggredire. Come mai tutte le energie, le proposte, le critiche, la creatività, si arrovella sulla vittima e non su come impedire al violento di aggredire, o magari di diventare violento, o magari di fermarlo, o di fargli pressioni perché rifletta sulle proprie azioni o pensieri. Mai, sempre invece quel che avrebbe dovuto fare la vittima per sfuggirgli.
E’ in questo contesto che sappiamo, purtroppo, che la denuncia non sempre serve. E’ un dato di fatto: prima lo consideriamo, prima riusciremo ad aumentare le azioni positive per aiutare le vittime, per punire gli aggressori, per creare una più diffusa cultura, tout court, che da sola implica rispetto quantomeno dell’integrità fisica.
Ho cominciato a scrivere volendo dire che a volte è utile non denunciare. Almeno, non subito. Prima rivolgersi a un Centro antiviolenza, ricostruirsi una vita e poi, con agio, decidere se denunciare o meno. Finisco, per ora, riportando ancora dal Terzo rapporto Eures che “nel 91,6% dei casi è la donna, vittima del femminicidio, il soggetto attivo nella decisione della separazione, e come tali omicidi si configurino in termini inequivocabili come omicidi del possesso in cui la ‘colpa’ della donna è interamente contenuta nella sua libertà di scegliere, ovvero di voler autodeterminare il futuro della propria vita relazionale e affettiva”. Ecco: “voler autodeterminare il futuro della propria vita” per me resta l’obiettivo.
Comunque, non abbiamo finito.

Nota del 26 luglio 2017 – Sono stata momentaneamente fermata da più di un evento. Per riprendere riflessioni e ricerche dati mi piacerebbe farlo nel confronto con altri/e. Chi fosse interessato mi trova su facebook (Giulia Seno, Bologna) o su twitter @Giuliseno

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Pubblicato da

lavandaia

Giornalista. Nata a Roma nel 1963. Vivo e lavoro a Bologna. Qui le opinioni sono mie o esplicitamente attribuite. - @GiuliSeno on Twitter ma soprattutto Giulia Seno on facebook (non mi sgridate)

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