Blu cancella a Bologna e non si tratta solo di street art, è politica. Con due appunti

#NelgrigiodipintodiBlu Ieri sono stata così impegnata a raccontare che Blu aveva deciso di far sparire tutti i suoi murales da Bologna, disturbata dal dispiacere di non poter più vedere vicino casa la sua ‘battaglia’ di Mordor (http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=12700), ormai coperta da vernice grigia, da non riuscire a focalizzare tutti i pensieri intorno a questa faccenda.

Molti di questi pensieri li ha espressi a modo suo il collettivo di scrittori Wu Ming (http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=24357) linkato dallo stesso Blu a mo’ di spiegazione dal proprio blog (http://blublu.org/sito/blog), dove ha comunque annunciato che non lavorerà più a Bologna “finché i magnati magneranno”. Cioè per sempre.

L’accusa esplicita di entrambi è contro quella precisa figura dell’economia e della cultura bolognese che è l’ex rettore ed ex-molte-cose Fabio Roversi Monaco, ora presidente di quell’ente Genus Bononiae che insieme alla fondazione bancaria Carisbo ha organizzato la mostra sulla street art contestata da Blu (http://www.genusbononiae.it/mostre/street-art-bansky-co-larte-allo-urbano) .

Le ragioni di questa contestazione sono però davvero tante. Una è sicuramente quella già dibattuta per settimane dalla cosiddetta intellighenzia culturale della città, pro e contro la museificazione di opere nate in strada. Opere destinate dunque a quel pubblico, un po’ casuale, del passante che si stupisce, e un po’ rituale della comunità riferimento di Blu, quella anarchica, che è off da tutto.

  • Qui serve una nota a margine: a Bologna sono attivi almeno cinque centri sociali di diversa matrice politica e Blu è vicino agli anarchici di Xm24, che però i marxisti del Tpo tengono alla larga, muovendosi diversamente: come loro, o quasi, hanno firmato una convenzione con l’amministrazione Pd, ma in giugno si presenteranno alle elezioni comunali all’interno di una coalizione tra sinistra Sel-SI, civatiani e associazioni vicine all’ex assessore alla cultura Alberto Ronchi. Scelta politica lontana dagli anarchici, che però il candidato sindaco della coalizione si offre di rappresentare, esprimendo una sentita vicinanza al gesto di Blu. Vedremo con quanto successo visto che gli anarchici, di norma, non votano. Anche Laboratorio Crash, che fa riferimento all’area dell’Autonomia, ha collaborato con Blu, cancellando il murale dell’elefante in via Zanardi e durante l’azione alcuni attivisti sono stati denunciati.

Quel che fanno gli anarchici, da sempre, è individuare per benino dove siede il Potere. E tentare di colpirlo con assalti frontali. La storia ci consegna i nostri insuccessi (sì sì, nostri: sono anarco-pacifista, anche se ogni tanto voto, uno strano animale politico) . Insuccessi dovuti soprattutto allo strumento d’attacco, aperto e sincero, mai troppo efficace contro i tentacoli della piovra. E spesso anche all’insufficiente considerazione degli effetti provocati dall’assalto. Per non parlare dei bersagli scelti.

Qui l’attacco è a Roversi Monaco e alla città ufficiale, annettendo Genus Bononiae e fondazione bancaria all’amministrazione comunale, in un tutt’uno che forse però andrebbe esaminato un po’ meglio, se non altro dal punto di vista della gestione culturale. Da qualche anno il Comune non ha quasi più fondi – tagliati da uno Stato alle prese con l’Europa che lo ha costretto a un pareggio di bilancio del tutto insostenibile – mentre le fondazioni bancarie ne hanno avuti ancora un po’, anche se meno di prima. Negli anni scorsi la fondazione Carisbo, allora sotto la guida proprio di Roversi Monaco, aveva deciso di non finanziare più la progettazione culturale del Comune, ma di promuovere direttamente istituzioni e manifestazioni: Roversi Monaco fa nascere Genus Bononiae e il suo Museo della storia della città a Palazzo Pepoli, che ospita anche la sede massonica del Grande Oriente d’Italia; fa ristrutturare diversi edifici in centro storico, poi adibiti a concerti e rassegne anche di valore, ma con un approccio a metà tra la musica in camera del Re Sole e la beneficienza aristocratica; fa restaurare gli organi antichi di San Petronio, basilica simbolo di Bologna. Non tutti i progetti grandiosi gli riescono, di sicuro non l’Auditorium che l’archistar Renzo Piano avrebbe voluto progettare, ma questa è un’altra storia. Nel frattempo il Comune litiga con molti artisti bolognesi perché non ha più fondi da distribuire a pioggia; trasforma in fondazione la Cineteca – perché non può più gestirla direttamente – che comprende il prestigioso laboratorio di restauro filmico; ristruttura la propria gestione museale, chiudendo il Morandi che si era fatto conoscere a livello internazionale, per trasformarlo in un’ala del MamBo aggrovigliato nelle logiche del contemporaneo, in collegamento con Arte Fiera; lascia da parte una miriade di progetti e comincia una lunga caccia ai privati disposti a gestire teatri che rischiano di chiudere, come il Duse abbandonato dall’Eti e Celebrazioni, già riaperti, mentre l’Arena del Sole, il teatro di città per eccellenza, è stato salvato dalla Regione con la Fondazione Ert. Il Comune che lotta anni per non far affondare le proprie politiche culturali – che per altro discute poco o niente – mentre la Fondazione Carisbo investe autonomamente solo per dare la sua specifica impronta alla città, due azioni quasi senza coordinamento in una città non grande, 350mila abitanti, in tempi di crisi. Ce n’è da far arrabbiare tutta una città abituata da 70 anni a partecipare alle scelte pubbliche.

Certo Roversi Monaco, che quando era rettore lo si ricorda per aver cominciato negli anni Ottanta quella saldatura tra Università di Bologna e imprese che penalizzò la ricerca pura per valorizzare quella economicamente finalizzata, è anche particolarmente creativo nel perseguire i propri obiettivi. Lo potrei vedere divertito da questa recente idea di collezionare nel ‘suo’ Museo anche questo Blu che con lui non ci vuole neanche parlare, nonostante abbia già collaborato con il Moca a Los Angeles (che però poi gli cancellò il muro considerandolo patriotticamente offensivo), con la Tate Modern di Londra e con HangarBicocca a Milano. Insomma, è stato rilevato, questo street artist non è poi così pauperista come vorrebbe far credere. Eppoi, è stato cercato ma non si è fatto trovare, mentre altri hanno invece accettato di esporre alla mostra. Mi sembra di sentirlo Roversi Monaco, dopo i murales cancellati: avevamo ragione! Almeno un suo lavoro lo abbiamo salvato. Ma questa è farina del mio sacco, a caldo lui non ha voluto commentare il gesto di Blu, parlandomi solo di una opportuna “discrezione” in questo momento.

Comunque Blu non è pauperista, è anarchico. Ed è preciso nel suo segno, che vuole autodeterminare, con un approccio che a Bologna è particolarmente condiviso, anche per questo era così diffuso. La ‘battaglia’ disegnata sulla parete dell’Xm24 era un riassunto politico, la rappresentazione delle mille battaglie di base combattute per decenni in città occupando spazi dismessi, tentando vite collettive diverse dall’offerta dominante ingiusta e noiosa, collettivi oggi ancora più necessari perché la crisi ha fatto diventare sempre più difficile condurre vite ‘normali’. Era una battaglia combattuta a suon di mortadelle volanti come bombe lanciate dai mostri di Mordor. Romano Prodi affettò una mortadella in piazza Maggiore quando vinse le elezioni dieci anni fa, per deridere le destre e chi lo aveva apostrofato con il nome del salume tipico di Bologna. Far lanciare una mortadella dai mostri di Mordor aveva dunque qui un significato squisitamente anarchico, sberleffo e insieme constatazione del fallimento del centrosinistra prodiano che tutto ‘il basso’ avrebbe voluto comprendere e rappresentare.

A Roversi Monaco ha sempre importato poco di Prodi. Voleva Blu come ha sempre voluto sussumere ogni segno contrario all’establishment – establishment tout court, di centrodestra o centrosinistra non cambia troppo – e così neutralizzare la critica, inglobandola in segni e pratiche che la smussano e la confondono. Ogni protesta museificata è già più che depotenziata, è decontestualizzata e quindi annullata, cancellata negli effetti oppositivi attuali. Il problema non è dunque solo di segno artistico come i curatori oggi ci vogliono far credere.

E’ stato più volte fatto notare che Blu, interpellato per la mostra, non ha detto No. Avrebbe potuto semplicemente rendere indisponibili i propri lavori, invece ha taciuto e poi li ha cancellati da Bologna lasciando deserti di muri grigi, specchio del grigiore al quale questa politica culturale intendeva condannarlo. Dolorosamente per i suoi estimatori e per sé stesso: anche se ormai si può dire che conosce e domina quella sensazione di perdita, dopo i due grandi murales cancellati a Berlino nel dicembre 2014 prima che la speculazione edilizia li distruggesse o li trasformasse in attrazioni immobiliari. Cancellare non è il gesto preferito di un artista, ma Blu ha scelto di farlo lavorando insieme a due centri sociali che, organizzando spazi quotidiani paralleli – come il mercato contadino dei produttori diretti all’Xm24 – dimostrano che un’altra vita è possibile nella stessa città, se combatti Mordor. Un gesto sociale e politico, dunque, per protestare contro Roversi Monaco e contro chi gli lascia da tempo mano libera, in una prevaricazione economica e culturale che dice, in sostanza: posso trattarti così e lo faccio, anche se il soggetto sei tu e non sei d’accordo. Un’arroganza potente che intendeva trasformarlo da soggetto creatore in oggetto della prevaricazione. Blu si è ribellato e, sottraendosi, è tornato ora protagonista.

Blu però ha sottratto anche a noi. A Bologna ha voluto cancellare tutto materialmente prima che altri distruggessero simbolicamente il suo lavoro. Si può anche attribuire alla simbologia, soprattutto in arte, un valore molto alto, pari al valore tangibile di un prodotto culturale, ma la conseguenza della cancellazione di vent’anni di interventi forse comporta anche un corto circuito, non voluto da Blu con parte del suo pubblico di riferimento, che pur appoggiandolo nelle sue battaglie politiche e culturali, avrebbe voluto continuare a godere delle sue opere sparse per la città. Le domande circolate sui social: non si poteva scegliere un’altra forma di protesta? Non se ne poteva parlare prima di cancellare? Questo è il primo dei due appunti che gli faccio: se il suo era un dono, forse avrebbe dovuto discutere pubblicamente cosa farne, forse la protesta, condivisa, poteva anche trovare una forma per esprimersi che fosse altrettanto condivisa, almeno più di questa che, lasciando muri grigi, restituisce arroganza all’arroganza, senza indicare nulla se non la protesta.

Certo un punto fermo è che la street art si fotografa, o si organizzano visite guidate ai luoghi, non si stacca dai muri, a meno che non sia l’autore a farlo togliendolo da una parete che gli appartiene in qualche modo: è una questione etica ed estetica prima ancora che legale, prima ancora di chiedersi a chi appartiene un’opera regalata al mondo anche nel suo supporto materiale, non solo nel suo significato. Tanto più se l’autore si rifiuta, non si trova o non risponde: quel murale va lasciato dov’è. Almeno per 70 anni, direi, in un’analogia temporale con il diritto d’autore e di oblio del sentiment.  Con il rischio che vada perduto? Sì, ha risposto ieri Blu cancellando tutta la sua produzione bolognese. E’ come se avesse detto: vi ho fatto un regalo, ma se mi tradite così tanto, me lo riprendo. Anche se il problema fosse davvero la conservazione di queste opere, Blu ieri ha detto che Bologna, per non accettare di perdere qualcosa, ha perso tutto.

Oggi mezzo mondo ne parla, pro e contro. Tra chi lo appoggia, insigni esperti d’arte e cultura criticano il suo gesto, a partire da chi lo mette a confronto con gli altri street artist che hanno invece accettato quella mostra, lui ‘disertore’ che ha scavalcato tutti quanti: ma chi si crede di essere?

Il mio secondo appunto però è del tutto diverso. E’ che, facendo parlare così tanto, ha fatto un altro regalo alla città e alla stessa mostra di Roversi Monaco, che dopo le prime polemiche strettamente culturali, si avviava a un vernissage un po’ in sordina. Ora invece arriveranno un po’ di telecamere a Palazzo Pepoli. Anche perché gli unici pezzi di Blu rimasti a Bologna saranno proprio i tre ‘distacchi’ esposti in quella mostra, visibili al costo di 13 euro. E non era certo questo l’effetto cercato da Blu con la propria contestazione.

Ai posteri, forse, resteranno le opere in sé, come sono arrivati a noi tanti pezzi di storia dell’arte, del tutto decontestualizzati rispetto all’intenzione dell’autore, del committente, del primo proprietario. Certo è che quasi tutti quei capolavori storici erano stati venduti dagli autori, mentre Blu a Bologna aveva dato, regalato, prima di togliere.

Aggiornamento 20 marzo – Poi Roversi Monaco si è deciso a commentare, ma non ha detto nulla che aggiunga, tolga o modifichi questi pensieri.

http://espresso.repubblica.it/attualita/2016/03/14/news/blu-cancella-i-murales-per-protesta-l-organizzatore-della-mostra-li-abbiamo-salvati-dovrebbero-ringraziarci-1.253951

Anche Wu Ming ha deciso di replicare ad alcune obiezioni. Ecco il loro supplemento d’indagine: http://www.internazionale.it/opinione/wu-ming/2016/03/18/blu-bologna-murales-mostra

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Pubblicato da

lavandaia

Giornalista. Nata a Roma nel 1963. Vivo e lavoro a Bologna. Qui le opinioni sono mie o esplicitamente attribuite. - @GiuliSeno on Twitter ma soprattutto Giulia Seno on facebook (non mi sgridate)

Un pensiero riguardo “Blu cancella a Bologna e non si tratta solo di street art, è politica. Con due appunti”

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