Ansa. Patate e ancora patate. Né il Governo né gli editori sanno cosa farsene di un’agenzia di stampa

Lo so, non ho rispettato la scadenza del 18 luglio. Ma in realtà quel giorno non è successo niente di che all’Ansa. Cosa che qualcuno vede già come un risultato, visto che non è scattata la cassa integrazione minacciata dall’azienda. Un risultato prodotto dalla trattativa a Palazzo Chigi, dove le rappresentanze sindacali, gli editori e il direttore sono andati spesso nelle ultime settimane. Ma al di là dell’aver guadagnato un po’ di tempo, i termini della vertenza sono rimasti gli stessi e guardano tutti terra terra, là dove si coltivano le patate: un giorno in più o in meno nei contratti di solidarietà, un risparmio in più o in meno su missioni, straordinari o su quei collaboratori che, se vessati ancora, potrebbero davvero decidere di tagliare l’ossigeno all’agenzia per usare le vacanze estive in una bella ricognizione all’estero, disperdendo altrove l’esperienza acquisita all’Ansa. Oggi perfino il Comitato di Redazione, la rappresentanza sindacale interna dei giornalisti – mai troppo loquace – ha fatto sapere che l’Azienda (con la maiuscola) gli ha comunicato di essersi ammorbidita un po’, ma solo un po’: ha mantenuto l’intenzione di procedere “comunque con un ricorso ai contratti di solidarietà o – in mancanza di un accordo – agendo unilateralmente”, ovvero cassa integrazione, come c’è scritto sul piano consegnato ai sindacati, anche se pare che non sia questo ciò che vogliono gli editori per ridurre il costo del lavoro. Si “accontenterebbero” di un po’ di solidarietà e di tagli qua e là.

A continuare a parlare di patate proprio non ci riesco. E allora facciamoli, nella nostra immensa pigrizia, un paio di tentativi di immaginare qualcosa di diverso. Magari a partire proprio da quella contraddizione che pare insanabile e destinata a segnare la fine dell’Ansa. Ovvero il fatto che l’agenzia che avrebbe dovuto essere di servizio ai suoi proprietari – i giornali – è finita per far loro concorrenza, galeotto il web che ha messo carta e bit sullo stesso piano, anzi, quasi favorendo l’agenzia che, senza spese per inchiostro e cellulosa, ha sempre guadagnato da contratti di servizio e non da copie vendute e pubblicità.

Nei mesi scorsi, pare proprio dal Governo – indirettamente proprietario dell’Agi, l’Agenzia Italia di proprietà dell’Eni, posseduta a sua volta dal ministero delle Finanze – era circolata la voce di una ipotesi di fusione tra le due maggiori agenzie di stampa italiane, Ansa e Agi appunto, con un certo risparmio per il Governo e una certa convenienza per l’Ansa. L’ingresso ministeriale nella compagine societaria dell’Ansa – che è una cooperativa dove uno-vale-uno, anche se le stelle non sono mai tutte uguali – per la prima volta avrebbe visto un interesse non direttamente editoriale contrastare la miopia da tubero degli editori nei confronti della loro vituperata creatura. Per non dire quanti prepensionamenti “in house” in entrambe le agenzie avrebbero potuto finanziarsi con quei risparmi governativi dalla gestione dell’Agi, il cui costo del lavoro giornalistico non arriva alla metà dei circa 30 milioni annui di budget. Insomma, ai 320 giornalisti dell’Ansa ne sommavi forse 90 dell’Agi, poi ne prepensionavi a partire dal 2016 circa 90 in tutto e avevi da gestire un’Ansa quasi come prima, un’Agi in meno, una compagine societaria cambiata. Non è una meraviglia, anche perché non si sa mai come finisce a mettersi lo Stato in casa, ma almeno era un tentativo di mescolare patate, carote, mais e qualche legume, anche per non far morire attaccati al pc quei tanti cinquantottenni che, ormai ben poco utili in questo nostro mestiere che cambia ogni giorno, vedono la soglia della pensione allontanarsi sempre più, senza alternative, se non quella di stremarsi di corsi di formazione (con poco costrutto, ovviamente). Eppure, con l’avvento della calura estiva, il progetto di fusione si è perso tra Palazzo Chigi e la dirigenza Eni, ed è stato, se non accantonato, almeno rinviato sine die. E non si capisce esattamente perché: sono davvero bastate le bizze di qualche dirigente Eni che si vedeva sfuggire dalle mani il giocattolo? Lo so, di malumori ce n’erano anche all’Ansa dove qualche redattore rampante, ma nessuno ormai troppo giovane, si vedeva sfuggire anche l’ultima, magrissima, possibilità di carriera (“se arrivano i capi servizio dell’Agi a noi i galloni non li daranno mai”), ma queste bizze contano ancora meno.

Però abbiamo detto almeno un paio di tentativi. Il secondo emerge tornando a guardare come cambia e cambia e cambia il giornalismo oggi in tutto il mondo. Eh… ma cosa c’entra con la concorrenza che l’Ansa fa ai suoi proprietari? C’entra, se si prova a pensare cosa può succedere se l’Ansa smette di resistere e, però, investe davvero nella sua funzione originaria di servizio. La domanda principe a cui rispondere è: cosa serve, più di tutto, al giornalismo oggi? E qui in Italia ancora più che nel resto del mondo?

1) Debunking. Le traduzioni utili ci dicono che significa ridimensionare o sgonfiare del tutto una Bufala, una balla. Di quelle che se corrono online non piacciono a Umberto Eco. A me non piacciono neanche quelle su carta. In ogni modo una Redazione Debunking all’Ansa metterebbe sicuramente d’accordo entrambi i tipi di editori, web e cellulosa. E molti ce ne sarebbero grati. Forse a qualcuno farebbe perfino tornare la voglia di pagare per i servizi d’agenzia, invece di continuare a risparmiarci sopra.
2) Dati. Soprattutto Open, ma non solo. Big o piccoli. Per alcuni servono solo a fare del datajournalism, quelle robe lunghe che capiscono in pochi esperti di settore, tra agricoltura e cooperazione internazionale, a volte utili a contare i poveretti morti in mare (vedi #migrantfiles). Di fatto, servono a produrre quel giornalismo attendibile che fa la differenza, perché finora l’Ansa ha davvero fatto la differenza, ma deve rilanciare, perché oggi serve qualche strumento in più. Per lavorare ai piccoli dati, non sarebbe inaccessibile una collaborazione costante con le grandi istituzioni italiane, a partire dall’Istat. Poi, certo, le dataviz con i grafici e le mappe, magari animati e coloratissimi, aiuterebbero a vendere un prodotto che per l’agenzia è ancora nuovo ma che, tra poco, sarà solo uno dei tanti strumenti che ogni testata dovrà usare per continuare a fare giornalismo, tout court.
3) Immagini. L’Agenzia funziona economicamente – e anche strategicamente, ma pensare al di là della tattica ora è chiedere troppo – se la rete di approvvigionamento è diretta. Appaltare la fornitura di video aggiunge un nodo di intermediazione e finisce per costare, oltre al fatto che poi ti cucchi solo le immagini che altri hanno deciso di girare, non gli avvenimenti che tu hai deciso di coprire. Può funzionare solo dall’estero per quei Paesi dove l’Ansa è assente.
4) Citizen journalism. L’Agenzia già da oggi in Italia è in condizioni di filtrare, verificare e approfondire le informazioni in arrivo dalla miriadi di fonti che la rete offre in tutto il mondo. Quel che va potenziato, non so se con una Redazione ad hoc o con nuove competenze diffuse, è la capacità di cogliere il significato e insieme verificarlo, in maniera costante, nel flusso spesso non giornalistico di messaggi e immagini che circolano su siti e social, capaci però di diventare notizie non appena un giornalista se ne accorge. Può essere utile farlo anche nelle zone calde delle crisi internazionali.
5) Social Media. Difficile far entrare in zucca a editori e vertici giornalistici che la strategia social è molto di più che passare le notizie dal sito a Facebook e Twitter: è la capacità di una testata di diventare motore di una community, conversando con i propri lettori e coinvolgendoli in attività online intorno alla produzione editoriale. Eppure la gamification parla di patate, dunque gli editori italiani dovrebbero essere in grado di capire che può aumentare il tempo di permanenza del lettore sul sito, accrescendo il valore del sito per gli inserzionisti pubblicitari. Coinvolgendoli anche in attività fuori dal sito: avviene quando l’informazione fornita è davvero utile o, almeno, sfiziosa. Si parla del festival della Tagliatella? Se mi fai venire l’acquolina in bocca perché non mi fai cliccare tutto quello che mi serve per mangiarmi un bel piatto di sfoglia emiliana? E’ giusto un esempio, quasi pubblicitario per di più, ma è solo per far capire che il salto dall’online al mondo tangibile è la nuova frontiera e non solo per l’editoria (il gruppo http://www.banzai.it/ docet e guadagna). Ed è mutuato dall’obiettivo principe della community, la reciproca utilità per lettori e testata che attinge al civismo più che all’e-commerce. Tanto più che una testata è già di per sé una community, con i suoi lettori che ne condividono la linea. Una community che l’Ansa ignora completamente: a nessun commento viene mai data una sola risposta. Eppure con i social media è facilissimo mettere in relazione tra loro i singoli partecipanti alla community: i lettori con i redattori, i giornalisti con i professionisti esperti dei diversi settori che spesso ne sanno il doppio e possono arricchire le notizie, permettendo anche il giornalismo partecipativo. Una volta attiva e reattiva, ogni community è foriera di economia. Non sono un imprenditore, ma un editore dovrebbe esserlo e cavare i ragni dai buchi. In questi buchi i ragni ci sguazzano, perché l’Ansa dovrebbe rimanere a bocca asciutta?
6) Sito. Quello attuale è già obsoleto, non offre alcun reale servizio innovativo nel vasto mondo informativo in rete. Come implementarlo, anche in relazione alla strategia social, sta alle scelte che un’agenzia di stampa proiettata oltre l’attuale crisi – aziendale e strutturale di settore – deve compiere. E queste scelte sono indifferibili ormai. Ancora una volta, sono legate alla compagine di editori proprietari dell’Ansa, imparpagliati dalla concorrenza che gli fa l’agenzia racimolando non più di 2 mln l’anno di pubblicità online, tra banner e pop up sul sito. E anche pubblicando online notizie e servizi che, messi così a disposizione di molti, svalutano i siti degli editori proprietari.
La PRIMA SCELTA. Alcuni esperti – ma non ho ancora deciso se hanno ragione o meno – sostengono che si debba trasformare decisamente il sito dell’Ansa: non più una testata giornalistica del tutto simile ai siti dei giornali proprietari, ma un portale di servizi editoriali. Certo, una o più vetrine informative devono restare, ma più secche e veloci, non in grado di fare davvero concorrenza ai siti dei quotidiani proprietari. Tolto il nodo della concorrenza che nessun imprenditore vuole farsi fare da un’azienda controllata, e restituita all’Agenzia la sua funzione originaria a servizio degli editori proprietari, chissà che i ‘padroni’ non tornino a investire in forniture di cui comunque continuano ad aver bisogno.

Dopo aver sognato quel che potrebbe fare l’Ansa domani, qui c’è un buon assaggio di quello che già facciamo oggi, resoconto del collega Corrado Chiominto @CChiominto
http://www.puntoeacapo.org/index.php?option=com_content&view=article&id=1059:ansa-quei-65-esuberi-e-lo-sciopero-spiegati-dallinterno-la-resistansa-e-la-democrazia-colpita&catid=50:sindacato&Itemid=53

Potete leggere un po’ di altre cose qui:

View story at Medium.com

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/10/01/editoria-membership-e-micropagamenti-giornali-alla-ricerca-di-nuovi-modelli-di-business/2085292/

http://www.primaonline.it/2015/07/14/208583/come-adattare-un-giornale-allera-digitale-jeff-bezos-insegna-con-lesempio-del-washington-post-dice-la-fipp/

http://www.wired.it/attualita/media/2015/07/16/silicon-valley-giornalismo/

http://www.festivaldelgiornalismo.com/post/36810/

http://digiday.com/publishers/bloomberg-selling-advertisers-social-following/

http://www.datamediahub.it/2013/07/22/co-creazione-e-gamification/#axzz3gpfm0Gvd

http://www.chefuturo.it/2015/07/facebook-zuckerberg-giornali/?utm_source=twitterfeed&utm_medium=twitter

http://www.datamediahub.it/2015/06/29/resistansa/#axzz3eqYgQDg2

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Pubblicato da

lavandaia

Giornalista. Nata a Roma nel 1963. Vivo e lavoro a Bologna. Qui le opinioni sono mie o esplicitamente attribuite. - @GiuliSeno on Twitter ma soprattutto Giulia Seno on facebook (non mi sgridate)

4 pensieri riguardo “Ansa. Patate e ancora patate. Né il Governo né gli editori sanno cosa farsene di un’agenzia di stampa”

      1. Ho cambiato l’aldilà in al di là, a furor di popolo : )) Faccio però notare che la Treccani non segnala la parola unica come errore, ma solo individua la separazione come forma preferibile.
        A me non dispiaceva, in questo caso, una certa ambiguità nel significato : ))

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