È INTERNET, BELLEZZA. Cambia il giornalismo, ma non la notizia.

È INTERNET, BELLEZZA (cit Mauro Alberto Mori)

Non è vero che il giornalismo è morto o almeno in via di estinzione, come dice il mantra che sentiamo recitare da un po’. Però sta cambiando radicalmente e gli editori di quotidiani non sono all’altezza della sfida. Non lo sono nel mondo e peggio in Italia. Come si evince dall’enorme problema economico che non riescono ad affrontare: giornali di carta e copie in abbonamento online non vendono a sufficienza. Invece, il web fagocita contenuti alla velocità di 7 secondi a notizia tra blog e social media, senza distinguere troppo tra qualità (che costa, molto) e fuffa (notizie false o scopiazzate male) o il BuzzFeed del gossip che, accanto alle major dell’online (Google, Amazon, Facebook e Twitter), si accaparra quasi tutto il fatturato editoriale possibile in rete (con diversissime dinamiche di pubblicazione e di business, basato molto anche sui dati tratti dagli utenti). Un gruppo di editori europei è riuscito a ottenere un accordo economico con Google, dopo una serie di cause giudiziarie, mentre un altro gruppo, negli Stati Uniti, ha stretto una alleanza con Facebook. Niente che però basti a sopperire all’emorragia di fatturato causato dal libero flusso di informazione che razzola gratuitamente in rete, senza troppi steccati tra chi la produce e chi la legge, l’ascolta, la vede tra foto e video che possono arrivare anche da uno smartphone in mano a un adolescente. Basta che il ragazzo sia laddove le cose accadono: un terremoto, un incidente stradale o di montagna, la nascita di un principe, il funerale di una popstar.

In questa battaglia di interessi, non solo pecuniari, la libertà, una volta di stampa e oggi di informazione, procede a balzi diseguali: dopo un enorme impulso scaturito dall’uso dell’internet globale, la proprietà privata si è ripresa un bel po’ di assets, almeno in Europa e in Italia, con leggi poco conosciute e avvocati aizzati come mastini contro il singolo blogger che osa rilanciare scritti tutelati dal copyright. Gli editori di carta stampata non riconoscono che la viralità dei propri contenuti online finisce per potenziare la  visibilità anche delle loro testate. Si arroccano in un’autotutela che ha le gambe corte, invece di fermarsi a pensare cosa significa oggi produrre contenuti in rete. In rete, non per la rete, che non è un archivio né tantomeno un foglio elettronico. Una rete che cambia la vita delle persone, prima ancora di cambiare il modo di produrre i giornali.

L’arroccamento in autotutela non è solo degli editori. Più di un giornalista del tradizionale mainstream parla di “dilettanti allo sbaraglio” che, lavorando gratis in cambio di visibilità (compresi docenti universitari o professionisti che gestiscono blog nei siti dei quotidiani online), hanno finito per penalizzare chi invece il ‘mestieraccio’ lo fa “per campare”. Ma la categoria del giornalista di redazione è in “autoconsunzione”, come dice anche il presidente dell’Inpgi, Andrea Camporese, che prefigura il diffondersi di “studi professionali” di giornalisti freelance, una volta che avranno acquisito un’autorevolezza analoga a quella che hanno oggi, ad esempio, commercialisti o avvocati.

Difficile pensare che questo possa bastare a risolvere il problema, enorme, di un settore che affronta una doppia crisi, quella specifica editoriale dovuta a internet e quella dell’economia globale, che pure soffre di una crisi strutturale (logistica, energetica, alimentare, finanziaria).  In questo nuovo mondo c’è mercato per diversi giornalismi, tutti di qualità e tutti che passano dalla rete. E forse non ci sarà più un unico modello di business né le aspettative di guadagno di cui hanno potuto godere fino a ieri editori e giornalisti. Il guadagno, aldilà delle mayor e del gossip, ci sarà per chi saprà offrire prodotti adeguati alla nuova epoca. E vincerà la battaglia per l’attenzione del lettore.

Come dice Beniamino Pagliaro, giovane editore-inventore della remunerata rassegna mattutina @GoodMorningIT e giornalista, ieri dell’Ansa e da poco alla Stampa di Torino: “nella battaglia per l’attenzione o ti risolvo la giornata o passo oltre”. L’informazione che risolve problemi ha dunque un mercato. Già oggi. In cambio però di lavoro vero e nuovo, utile alla società che cambia. Non è mondo per giornalisti dipendenti di una certa età, che una volta finivano la carriera come firme prestigiose di articolesse da pagina dei commenti. Anche chi si sforza a stare online, se non percepisce che la rete non è bidimensionale come la carta, ma sfocia nella vita, non riuscirà a fare quel salto necessario a produrre informazione utile.

Inoltre, online, il giornalista non può guardare il lettore dall’alto in basso, ma deve scendere nell’agone e combattere per la propria “verità”, che potrebbe essere messa in discussione da un professionista della materia affrontata nell’articolo in discussione: un medico, un insegnante, un ingegnere. Tutti online a discutere di cose che hanno studiato una vita.

Dunque i giornalisti devono reinventarsi l’orizzonte professionale e l’attività quotidiana. E, gli editori, tentare di salvare una baracca, un intero settore, che sta affogando nelle perdite e non sa come risollevarsi. Come fare? Intanto dovrebbero smettere di frenare la trasformazione, l’autotutela è inutile: non sarà qualche querela a fermare una innovazione che è strutturale. Poi, dovrebbero indagare sul serio la rete e il paradosso che si trovano a vivere: chi pubblica online per il proprio interesse, senza pensare all’utilità che ne ha il lettore, finisce per penalizzare esattamente il proprio interesse. Inoltre, chiedersi se intendono davvero rispondere alla domanda di qualità nell’informazione.

Sì, questa domanda di qualità c’è ed è legata alle comunità. Chi saprà riconoscere o formare una comunità avrà il suo mercato di riferimento. Più grande la comunità, più comodo il guadagno. E gli editori di mainstream oggi partono avvantaggiati: hanno già un consistente pubblico online per i quali le grandi testate sono punto di riferimento, ma non lo avvertono come parte della propria potenziale comunità. Una comunità che più avrà contenuti utili e importanti per la propria vita, e più potrà produrre economia per il giornale online. Oh certo, anche qui c’è da lavorare. Non funziona più la dinamica meccanica: produco contenuto, lo pubblico su carta e online, incasso da vendite in edicola, anche elettronica, dagli abbonamenti e dalla pubblicità. Questo guadagno continuerà, ma riducendosi moltissimo. Il resto bisognerà inventarlo, indagando le necessità informative della propria comunità.

Marco Montanari, sviluppatore di software, attivista per gli Open Data, en passant consigliere comunale di Castelmaggiore, comune adiacente a Bologna, fa un “mea culpa” e annovera i propri colleghi tra i “distruttori” dell’informazione di qualità tradizionale. “In quanto autori  degli algoritmi che danno visibilità a questo o quel post, a questa o quella notizia – spiega – non potremmo fare molto altro che alzare le mani e dire: era nostro dovere massimizzare l’unico indice valoriale sui quali venivano decisi i nostri stipendi, ovvero numero di visualizzazioni, numero di click, numero di impressioni degli advertiser. E per farlo abbiamo puntato sulla strada più semplice”. Già sente i posteri che accuseranno gli sviluppatori di software editoriali: “Non potrete credere come sia finita questa storia… I 10.000 video più belli di gattini, 100.000.001 modi per essere sicuri che l{u|e}i abbia un orgasmo”. Insomma, la sua categoria non ha saputo inventarsi niente di meglio del clickbait e della profilazione utente per dare agli editori la “certezza” che chiedevano, la stessa “certezza” offerta al lettore: “solo rinforzo positivo su opinioni che sa già di avere”, aumentando la scarsa qualità dei contenuti editoriali.

La trasformazione è in corso, non è conclusa: al momento sopravvivono dinosauri insieme ai nuovi nati, spesso un po’ deformi. Ma nulla sarà come prima. Meglio attrezzarsi e riuscire a cogliere il meglio del vecchio e del nuovo. Per far nascere qualcosa che ancora non sappiamo che forma definitiva avrà ma che auspichiamo abbia una qualche qualità. A chi difende il vecchio mondo informativo come specchio di qualità e correttezza di fronte a una rete attualmente matrigna e ignorante, rispondo che il mondo delle favole non è mai esistito. Che l’informazione, soprattutto in Italia, ha sempre risposto a grandi interessi, economici e finanziari prima ancora che politici. E’ cambiato solo che questi interessi oggi sono più grandi, enormi, e fanno capo soprattutto a multinazionali che di italiano non hanno nulla. E che, se ieri i grandi interessi si celavano dietro all’informazione di qualità, indossando una maschera utile a manovre indicibili, oggi le multinazionali non hanno più pudore e fanno incassi con tutto. E’ vero, BuzzFeed ha 34 milioni di utenti unici solo negli Stati Uniti, come ricorda scoraggiato Michele Smargiassi. Chiunque cerchi qualità oggi si deve accontentare di briciole. Ma non sappiamo quanto siano grandi queste briciole domani. Soprattutto se oggi lavoriamo per le comunità. Cosa possibile, per altro, sfruttando servizi offerti proprio da Fb, Twitter, Google e Amazon. Trovare o formare quelle comunità è un problema che né gli editori né i giornalisti si sono mai posti. Ma oggi, se non ti poni questo problema, o fai BuzzFeed o soccombi.

E poi, diciamolo, la qualità informativa è ontologicamente indipendente dai grandi interessi e l’indipendenza è sempre stata di nicchia. Nessuno ha ancora capito come saprà sostenersi l’informazione di qualità sul web, oggi sappiamo solo che si comincia da qui: le comunità sono il bandolo della matassa.

  • Devo a molte persone i contenuti appresi negli ultimi due anni di studi vari, che sono stati necessari per la stesura di questo panorama della situazione editoriale, soprattutto italiana. Ringrazio anche le persone qui citate perché è stato un recente dibattito facebook con alcuni di loro che mi ha spinto a fare il punto in questa nota. Un dibattito che molto deve al lavoro di anni di Pier Luca Santoro che trovate in http://www.datamediahub.it . Altri sono Andrea Nelson Mauro (mio primo filo per districare la matassa) e i suoi http://www.dataninja.it o tanti come Elisabetta Tola, Giulia Annovi, Alessio Cimarelli, Massimiliano Leone. Alcuni si stupiranno perché non hanno fatto nulla di specifico per insegnarmi qualcosa se non pubblicare online. Spero di essere perdonata se ho dimenticato qualcuno o se qualcuno pensa che non si può puntare il dito sul proprio settore o categoria professionale.

Molte info in più le potete trovare qui –> http://webtv.camera.it/evento/7926 dove ci sono le registrazioni video del grande convegno  “L’Italia cambia. Cambia il giornalismo?” tenuto alla Camera dei Deputati il 20 maggio 2015.

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Pubblicato da

lavandaia

Giornalista. Nata a Roma nel 1963. Vivo e lavoro a Bologna. Qui le opinioni sono mie o esplicitamente attribuite. - @GiuliSeno on Twitter ma soprattutto Giulia Seno on facebook (non mi sgridate)

2 pensieri su “È INTERNET, BELLEZZA. Cambia il giornalismo, ma non la notizia.”

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