Femminicidi. Dell’utilità della denuncia nel fermare l’aggressore – Appunti

Continuo ad avere dubbi sulla piena utilità della denuncia penale nel fermare l’aggressore in caso di violenze subite da donne in famiglia, soprattutto se si tratta di partner o ex, cioè nella maggior parte delle violenze di genere fino agli omicidi (sull’esistenza e la definizione del femminicidio si può leggere il blog di Wu Ming e soprattutto i commenti all’articolo, che in sè è un po’ specifico su formule matematiche per me astruse http://www.wumingfoundation.com/giap/2017/01/femminicidio-non-esiste-dice-negazionista/ ).

Ho fatto più di una ricerca dopo l’appello del questore di Milano, Antonio De Iesu, ad alimentare “una maggiore cultura della denuncia da parte delle donne” che subiscono violenze, lanciato dopo un ennesimo femminicidio seguito a ripetute violenze nel corso di anni ( http://www.ansa.it/lombardia/notizie/2017/01/16/questore-milanodonne-denuncino-violenze_89955078-d18a-4c3e-a19b-c4e2012d4942.html ). Ricerche stimolate dagli oltre 350 commenti, molti critici, arrivati a un minipost ( https://www.facebook.com/giulia.seno.98/posts/1314908468566741 ) con cui ho polemicamente/scherzosamente invitato altre donne a scrivere cosa ne pensano, visto che per me, lo ripeto, una cosa è tentare di fermare la dinamica violenta rivolgendosi a un centro antiviolenza, centri peraltro sostenuti con evidenza, giustamente, dallo stesso questore De Iesu. Ma un’altra – del tutto diversa – è denunciare l’aggressore, visto che il marito o convivente violento è facile che reagisca male alla denuncia, reiterando le aggressioni, a volte con una escaltion, diventando stalker, rendendo in genere più difficile allontanarsi da lui.

Evitare di denunciare può salvare la vita di una donna, avevo scritto: le donne dovrebbero saperlo per poter eventualmente, al bisogno, aiutare altre donne. Apriti cielo: mi è stato fatto anche il paragone con le vittime di mafia e il giudice Falcone che invitava a denunciare il pizzo e altre pretese mafiose. Ho obiettato che Falcone era consapevole di essere una potenziale vittima. Lottava sapendo di avere poco tempo e ha fatto una scelta eroica, pagata appunto con la vita. E comunque questo paragone mi ha sorpreso e ancora non sono riuscita a sviscerarlo completamente. Se qualcuno ha pensieri utili, li aggiunga.

Sull’altro versante c’è chi ha trovato invece “aberrante” l’invito del questore a intervenire “sulla ‘cultura della denuncia’ da parte delle donne piuttosto che, per esempio, sulla cultura del rispetto da parte degli uomini”. Come mai se si articolano riflessioni si parla quasi sempre delle vittime?
Certo, esistono ormai anche alcuni Centri per uomini maltrattanti (conosco Modena e Firenze, ce ne sono altri?) che ogni anno trattano sempre più uomini, sebbene parliamo di poche decine.

Sono stata anche accusata di sessismo al contrario, perché ho osservato che in questo modo il questore si è posto come il solito uomo, per di più da un ruolo istituzionale, che deve dire alle donne cosa è meglio fare per loro, in modo autoritario.
Mi è stato obiettato: “il Questore crede nelle sue armi, la denuncia appunto lo mette nelle condizioni di usarle”.
Insomma, alcune denunciano, altre no: il Terzo rapporto Eures sul femminicidio in Italia (novembre 2015, dati al 2014 http://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato4803121.pdf ) dice che è “pari al 10,6% la percentuale di vittime che ha sporto denuncia per le violenze subite”. Aggressore denunciato in questi casi, ma non fermato e, nel tempo, diventato omicida. Qualche articolo e qualche blog sostengono che nel 25% dei casi di femminicidio le donne avevano già denunciato il proprio aguzzino, ma non sono riuscita a capire da dove avevano preso questi dati e dunque lasciamo perdere.
Ma Giorgia Villa ha studiato i dati Istat e ha introdotto un altro elemento: la separazione dall’uomo è pericolosa (e cosa c’è di più divisivo di una donna che denuncia il partner o l’ex?). Dice che il periodo fra domanda di separazione e la prima udienza in Tribunale (90 giorni, ma in media 5 mesi) “e’ uno dei più rischiosi ed infatti (dati ISTAT sulla violenza domestica) il 22% delle violenza fisiche avviene proprio in quel periodo, perché la donna si è ribellata a quelle che magari fino a quel momento erano ‘solo’ minacce, schiaffi etc. Il 36% dei femminicidi avviene proprio lì”.
Non ho trovato esattamente le cifre sulle denunce (mi sono impiccata nei fogli .xls dell’Istat – dati 2014 pubblicati il 23 dicembre 2016 – e non ho trovato le tabelle dal n.30 al n.39 che erano quelle specifiche http://www.istat.it/it/archivio/194779 : help! ), ma per le separazioni il Terzo rapporto Eures conferma che “il periodo a più alto rischio sia quello relativo ai primi tre mesi successivi alla separazione, all’interno dei quali avviene oltre la metà dei femminicidi compiuti tra le coppie separate. Più in dettaglio, ben il 51,8% del totale dei femminicidi commessi nelle coppie separate (periodo 2010-2014) avviene nei 90 giorni successivi la separazione stessa (il 21,4% nel primo mese e il 30,4% tra il primo e il terzo mese), diminuendo significativamente nei periodi successivi: nel 7,1% dei casi il femminicidio è stato compiuto nel periodo compreso tra 3 e 6 mesi dalla separazione, nel 12,5% da 6 a 12 mesi, nel 21,4% da 1 a 3 anni e nel 7,1% da 3 a 5 anni”.

Io capisco la polizia che si sente disarmata: senza la denuncia, e a volte addirittura serve la querela specifica della donna contro l’aggressore, il violento non è perseguibile ( http://www.casadelledonne-bs.it/2013/12/denuncia-o-querela/ ). Ma è il fatto che rappresenti un rischio in più a frapporsi fra la vittima e la “cultura della denuncia”. Accanto ad una purtroppo ancora troppo diffusa “cultura dell’uomo” che al rispetto nei confronti delle donne non ci pensa proprio. Ma questo è una considerazione più soggettiva, sul quale bisogna ritornare. In ogni modo, la donna vittima di violenza si fida poco degli strumenti che lo Stato mette a disposizione per la tutela. “Prima della cultura della denuncia, servirebbe la cultura tout court, la cultura del rispetto”, è stato uno dei commenti al mio post.
Quindi il punto di vista per me deve essere altro e diverso: cari uomini delle istituzioni (e vorrei dire care donne delle istituzioni), se non basta tutto quello che già si fa, non è perché le vittime non denunciano abbastanza, ma perché la denuncia non è abbastanza utile alle donne. E’ nella gestione dell’ordine e nell’amministrazione della giustizia che bisogna guardare ciò che manca, o forse nella legge che prevede di procedere solo in base a denunce e querele. Ogni servizio pubblico, se non viene sufficientemente usato, è perché o non è abbastanza accessibile (e non sembra questo il caso) o non è abbastanza utile. Soprattutto, anche per me, al primo posto di ogni azione c’è la diffusione della “cultura del rispetto”.

movente

Più di una donna si è scagliata con forza contro la vittima che non ha il coraggio di reagire nonostante l’annosa relazione violenta: sono queste donne che bisogna esortare a “uscire allo scoperto” rivolgendosi ai centri antiviolenza e anche a “denunciare” quando interviene la polizia. Questa è “la cultura della denuncia da parte delle donne” che sarebbe tanto utile a chiunque aborre la violenza nelle relazioni. “Denunciare mi sembra il minimo!”, hanno scritto, orgogliose di essere donne, piene di giusto amor proprio, ferito anche solo dall’idea che un uomo possa osare alzare un dito su di loro. Donne però che, per loro stessa ammissione, non hanno mai subito alcun abuso. Donne che dunque non sono mai state costrette a reagire, magari escogitando mille modi per fuggire senza darlo a vedere, sfuggire senza dare nell’occhio, perché ogni attenzione del violento su di loro può significare botte, minacce, vessazioni. Fortunate che non fanno parte di quel terzo di donne italiane che hanno subito violenza almeno una volta nella vita, queste donne sono quelle che più si sentono rappresentate dall’esortazione del questore e affermano: “non bisogna neanche cominciare la relazione con un violento! Al primo accenno via, allontanarsi e denunciare!”. Purtroppo la cultura del rispetto non è così diffusa, anzi, a volte la vita di abusi comincia nell’infanzia, inquinando tutto il resto della vita, e non sono pochi i casi, che però sono cominciati a emergere diffusamente solo negli ultimi anni. Queste donne orgogliose non hanno chiaro in che modo loro stesse possono aiutare quelle che invece, sfortunate, si sono trovate a diventare vittime: di sicuro non sbattendo in faccia a nessuno la propria sicurezza, ma usandola a beneficio dell’accoglienza, dell’offerta di possibilità alternative, che esistono, prima di passare a denunce e querele, che nell’ambito di una relazione violenta rappresentano un vero e proprio contrattacco. Che spesso una donna vittima non è in grado di portare fino in fondo, finendo per ritirare la denuncia.

separazione

Insomma, forse bisognerebbe guardare la situazione, per un attimo, dal punto di vista della vittima di violenza, che si può sentire aiutata da un Centro antiviolenza ma non necessariamente, non subito, dal denunciare l’aggressore. Con tutto quello che comporta di ulteriore esposizione del proprio dolore o in termini di fragilità, paura, impotenza.
E non è fuori tema tentare di ribaltare il punto di vista, dalle vittime all’aggressore, dalle “gag” sullo stupro a cui siamo abituate da una vita – “eh però era sbronza, eh però era una prostituta, eh però non ha denunciato” (cit) a qualche osservazione sui violentatori. Possibile che non si riesca mai a ribaltare il focus passando da quel che avrebbe dovuto fare la vittima a quel che invece avrebbe dovuto fare l’aggressore? Ovvero, semplicemente, non aggredire. Come mai tutte le energie, le proposte, le critiche, la creatività, si arrovella sulla vittima e non su come impedire al violento di aggredire, o magari di diventare violento, o magari di fermarlo, o di fargli pressioni perché rifletta sulle proprie azioni o pensieri. Mai, sempre invece quel che avrebbe dovuto fare la vittima per sfuggirgli.
E’ in questo contesto che sappiamo, purtroppo, che la denuncia non sempre serve. E’ un dato di fatto: prima lo consideriamo, prima riusciremo ad aumentare le azioni positive per aiutare le vittime, per punire gli aggressori, per creare una più diffusa cultura, tout court, che da sola implica rispetto quantomeno dell’integrità fisica.
Ho cominciato a scrivere volendo dire che a volte è utile non denunciare. Almeno, non subito. Prima rivolgersi a un Centro antiviolenza, ricostruirsi una vita e poi, con agio, decidere se denunciare o meno. Finisco, per ora, riportando ancora dal Terzo rapporto Eures che “nel 91,6% dei casi è la donna, vittima del femminicidio, il soggetto attivo nella decisione della separazione, e come tali omicidi si configurino in termini inequivocabili come omicidi del possesso in cui la ‘colpa’ della donna è interamente contenuta nella sua libertà di scegliere, ovvero di voler autodeterminare il futuro della propria vita relazionale e affettiva”. Ecco: “voler autodeterminare il futuro della propria vita” per me resta l’obiettivo.
Comunque, non abbiamo finito.

Nota del 26 luglio 2017 – Sono stata momentaneamente fermata da più di un evento. Per riprendere riflessioni e ricerche dati mi piacerebbe farlo nel confronto con altri/e. Chi fosse interessato mi trova su facebook (Giulia Seno, Bologna) o su twitter @Giuliseno

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L’alternativa e il piede in due scarpe / ancora sulla sinistra

Sono da tempo fra quelle persone che sognano una sinistra e non quattro o cinque (https://lavandaia.wordpress.com/2016/12/10/lerrore-di-sognare-una-sinistra-non-tre-o-quattro/) quindi, pur sbalordita, ho accolto con interesse che uno dei quattro appuntamenti partoriti dalla sinistra in Italia dopo la vittoria del No al referendum costituzionale del 4 dicembre, quello dell’11 dicembre a Roma, si sia concluso mettendo per iscritto (https://ricominciamodalnoi.wordpress.com/)  l’intenzione di continuare il percorso di “politica in comune” insieme a un altro di questi appuntamenti, quello di domenica 18 dicembre a Bologna.

Quindi sono andata a studiarmi le parole d’ordine di questo secondo appuntamento (“Costruiamo l’alternativa”) e l’elenco dei partecipanti (http://www.coalizionecivica.it/appuntamenti/costruiamo-lalternativa-assemblea-a-bologna/). Ho trovato che la parola “alternativa” qui è intesa nella seconda accezione del suo significato (http://www.garzantilinguistica.it/ricerca/?q=alternativa – “rapporto tra due proposizioni che si escludono reciprocamente”, dove si immagina che una proposizione sia l’alleanza con il Pd alla quale pensa Giuliano Pisapia in modo strutturale e l’altra proposizione sia la cosiddetta sinistra, appunto, alternativa al Pd). Ho trovato però anche che la lista dei partecipanti è invece molto più vicino alla prima accezione di alternativa (“una fra le possibili soluzioni”), visto che contiene senza alcuna spiegazione politica, in un elenco senza soluzione di continuità, anche due consiglieri regionali di Sel che siedono con il Pd nella maggioranza alla guida della Regione Emilia-Romagna.

E’ vero che sono contro i frazionismi, ma sono soprattutto, sempre, a favore della chiarezza. Per dirla con Tomaso Montanari: “Quale futuro può avere una sinistra che dia per scontata la sua alleanza con un simile partito? La vera sfida è costruire una forza che ambisca a diminuire la diseguaglianza, e non la democrazia”. Per me la riflessione di domenica 18 dovrebbe cominciare a partire da questo scritto, che disambigua molti significati: http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=26886 E no, non sono comunista, ma penso, per dirla ancora con Montanari, che oggi “è necessario un nuovo radicalismo democratico”.

Soprattutto mi chiedo: che alternativa è se si tiene il piede in due scarpe e una lasciamo che la muova il Pd senza metterne in discussione neanche un pezzetto? Non dico che non bisogna confrontarsi con Pisapia o altri governisti di Sel-col-Pd, come i due consiglieri regionali emiliani, ma accettarli acriticamente come compagni di strada, senza pretendere che si oppongano al Pd, è peggio che confrontarsi con quegli esponenti Pd che contrastano il renzismo e le sue politiche: questi ultimi nel “Partito” aprono contraddizioni in cui la sinistra alternativa (*) può incunearsi, i governisti di Sel invece le contraddizioni le tacciono.

(*) – seconda accezione!! : ))))

Nota – Ho scritto sabato 17 dicembre 2016, giorno in cui Sel ha sancito pubblicamente il proprio scioglimento, deciso dall’alto con richieste alle segreterie locali di aderire. Quasi tutta Sel è confluita nel (nascente?) partito della Sinistra Italiana-SI senza dirimere la sua principale contraddizione interna: il rapporto più o meno vicino al Pd. In SI sono confluiti più limpidamente anche alcuni politici fuoriusciti dal Pd in opposizione al renzismo, come Fassina, ma è da vedere quanto il loro peso politico riuscirà a dirimere il principale “vizio” di Sel traslocato tutto in SI.

L’errore di sognare una sinistra, non tre o quattro

Lo so, ho già fatto l’errore di sognare una sinistra. Una, non quattro o cinque. L’ho fatto più volte e l’ultima è finita in un disastro dei più classici, di quelli che alimentano nuovi e laceranti frazionismi. Tanto da farmi pensare che sarebbe stata l’ultima volta per me, complice un clima politico asfissiante per ogni sinistra. Poi venne il referendum costituzionale e l’insperata vittoria del No. E subito dopo la negazione di questa vittoria, da parte di una rinnovata asfissia. Renzismo lo chiamano e pare che abbia più vite di un gatto.

In questo contesto, in questa vittoria del No dovuta pochissimo alla sinistra, mi sarei aspettata un bagno di realtà, un deporre le ambizioni personali per chiamare tutto il popolo della sinistra a un momento di analisi. Cosa è successo, cosa stiamo facendo, cosa potremmo fare. Analisi, prima delle scelte. Analisi e, dopo, qualche proposta: poche, chiare e utili. Invece, fin dagli appuntamenti, troppi, si rilanciano tutti, ma proprio tutti quei settarismi.

Ho partecipato a un bel momento di analisi locale a Bologna, due giorni dopo il referendum, indetto da un’associazione dal nome poco frizzante (“Ricominciamo da sinistra”) ma dall’approccio lungimirante: fin dalle amministrative di giugno 2016, si pose il problema di una sinistra sparsa di qua e di là dalla maggioranza, offrendo un largo luogo di confronto senza altri fini se non evitare la dispersione totale. Bell’incontro perché abbastanza partecipato nonostante fosse poco pubblicizzato e perché variamente partecipato.

Esaminare questa varietà può rendere più comprensibile cosa sto cercando di dire. Molti presenti erano della stessa area Pd-Pds-Ds al quale attingono i promotori dell’associazione: nati politicamente nel “Partito”, alcuni fuoriusciti da tempo, altri invece ancora dentro a soffrire, con pochi strumenti contro il renzismo, se non il gattopardismo che però, dopo la vittoria del No, qualcuno ha già smesso a mo’ di abiti passati di moda improvvisamente. Ma non c’erano solo loro: ho visto esponenti di Rifondazione comunista, Altra Europa con Tsipras, Altra Emilia Romagna e dell’ala di Sel governista-col-Pd. Nessuno invece di quell’ala di Sel che guarda alla (nascente?) Sinistra Italiana, da dove invece arrivavano altri esponenti vicini a Stefano Fassina, anche lui ex Pd.

A quell’ala di Sel assente a questo incontro vale la pena dedicare un approfondimento: una parte non chiude del tutto, non sempre, a eventuali accordi di governo con il Pd, ma non vorrebbe aver a che fare con Renzi, indicato invece esplicitamente come interlocutore da Giuliano Pisapia, che ha messo un ‘cappello’ sull’appuntamento del 18 dicembre a Roma indetto però da Marco Furfaro e altri di quest’area di Sinistra Italiana, che non hanno gradito troppo; un’altra parte si pone poi nettamente in alternativa a tutto il Pd, sinistra dem compresa: Fassina, Giorgio Airaudo e Nicola Fratoianni appoggiano un diverso appuntamento a Roma, domani 11 dicembre, che chiama a riflettere anche altri soggetti della varia sinistra, dal Prc a quel che resta dei Verdi o il miglior Pd dell’ex civatiano Walter Tocci. Ma Pippo Civati non c’è, ha scelto invece di venire a Bologna proprio il 18 dicembre, a un terzo appuntamento di quest’area di ex Sel o simpatizzanti che guardano a Sinistra Italiana, quella della Coalizione civica partorita con dolore e, appunto, con nuovi frazionismi nella diffusa sinistra locale. Giusto per concludere il panorama degli appuntamenti post referendari, anche Pisapia verrà a Bologna, il 19 dicembre, per spiegare la sua proposta di interlocuzione con Renzi, e sarà insieme al sindaco di Bologna, Virginio Merola (Pd), prima bersaniano, poi renziano e, dopo la vittoria del No, annoverabile fra chi si sta allontanando dal renzismo.

Tutto questo mentre il senatore Pd Sergio Lo Giudice, della sinistra di ReteDem, lancia un appello proprio a Civati e Fassina, affinché rientrino nel Pd per rafforzarne la battaglia contro il renzismo, senza peraltro raccogliere troppo successo evidente tra chi si sta ancora curando le ferite di tutte le battaglie, allora interne, in cui erano stati lasciati soli, prima uno e poi l’altro, dal resto della sinistra del “Partito”. Esempio fra gli esempi, la scelta di Gianni Cuperlo di candidarsi alle primarie del Pd poi vinte da Renzi, quando Civati era in campo già da un anno: una scelta che chiaramente portava la sinistra del “Partito” a dividersi e quindi a perdere. Una scelta che Cuperlo, Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani non hanno mai spiegato del tutto e che, dall’esterno, è apparsa solo uno degli infiniti tentativi di egemonia con cui la sinistra finisce sempre per affossarsi con le proprie mani. Cuperlo ha certo tolto a Civati la rappresentanza della sinistra Pd in quelle primarie, ma vincendo una battaglia solo per perdere la guerra contro Renzi. Peccato che a pochi interessasse quella battaglia, mentre molti – tutt’oggi – soffrono per quella guerra persa.

E’ questo il panorama in cui, ancora una volta oggi, osservo l’incapacità di lavorare assieme per obiettivi che, dopo la vittoria del No, alla sinistra dovrebbero essere chiari. Ne dico uno solo, un obiettivo da cui far discendere tutti gli altri: portare i principi costituzionali italiani – di una Repubblica democratica equamente fondata sul lavoro e non sulle speculazioni finanziarie e delle multinazionali – in un’Europa che ancora non riesce ad abbandonare quell’austerity che la sta portando alla consunzione. Se poi questa sinistra riuscisse ad aggiornarsi un po’ – oggi che tutto cambia, economia e società, con le frontiere abbattute da Facebook, Amazon e Google – sarebbe un miracolo, ma al momento mi accontenterei della madre di tutte le battaglie sociali e politiche: portare la nostra Costituzione in Europa significherebbe, come ricaduta in Italia, cancellare i voucher che legalizzano lo sfruttamento nel lavoro o anche il Fiscal Compact, ad esempio, sicuramente tornare alla centralità di investimenti nella scuola pubblica e rilanciare la ricerca, ridiscutere l’accoglienza e l’integrazione di profughi e migranti.

Mi fermo qui, per parlare dei modi dell’agire politico è troppo presto 🙂

Come postare Lirio o L’Espresso e ritrovarsi nei tweet del fratello di Carminati

Di mafia so poco, ho la fortuna di abitare a Bologna da 33 anni e, nonostante faccia la giornalista di mestiere, non mi sono mai occupata di cronaca giudiziaria. So quello che leggo e leggo criticamente molte cose.

Dunque ho letto del processo Aemilia (147 imputati, 71 in abbreviato con condanne fino a 15 anni e le udienze che proseguono per gli altri http://gazzettadireggio.gelocal.it/reggio/cronaca/2016/09/22/news/processo-aemilia-ti-impicchiamo-se-non-vai-via-da-qui-1.14137871) e so che si tratta di ‘ndrangheta esportata al centro-nord Italia.

Mi è anche capitato – e l’ho fatto con grande emozione e gioia – di presentare a Modena il dibattito tra Nino Di Matteo e Don Luigi Ciotti in occasione della cittadinanza onoraria conferita dalla città emiliana al magistrato delle indagini sulla trattativa Stato-mafia (http://www.comune.modena.it/salastampa/archivio-comunicati-stampa/2015/2/modena-cittadinanza-onoraria-al-giudice-di-matteo) .

So quindi che le mafie vanno coniugate al plurale e che è mafia anche quel che si chiama camorra o sacra corona unita o non ha un nome riconosciuto, come quel che è accaduto, accade, a Roma e che è stato scoperchiato dal mio collega e amico Lirio Abbate, che ne continua a scrivere sul settimanale L’Espresso, dove è approdato dopo aver lavorato anche lui, come me, all’ANSA, dove ho avuto la fortuna (per me) di conoscerlo, in una delle occasioni poco fortunate per lui (https://lavandaia.wordpress.com/2016/10/24/315/). E’ stato infatti Lirio, mentre ne indagava le ramificazioni, a battezzarla “Mafia Capitale”, ricordando che purtroppo in Italia tutte le strade portano a Roma, non solo crocevia di innominabili (qui sta il punto!) interessi socio-politico-economici che arrivano in Emilia come in Sicilia, ma di più, Capitale di metastasi locali, reinventate, per fare un male specifico, autoctono.
Gli sviluppi più recenti di Mafia Capitale, anche di oggi, li racconta Lirio qui http://espresso.repubblica.it/attualita/2016/10/24/news/carminati-dopo-la-copertina-dell-espresso-attacca-in-aula-giornalisti-e-informazione-1.286454?ref=HEF_RULLO . Raccontando anche uno dei tanti ‘nuovi’ allarmi che periodicamente riaccendono l’attenzione mafiosa su di lui. E che DEVONO suscitare una immediata e larga solidarietà: solo i fari amici accesi – su di lui e su chiunque sia minacciato/a da mafiosi – continuano a salvare queste persone. Sembra banale ricordarlo, ma è una questione di vita o di morte.
Per questo ho rilanciato il suo articolo su facebook e twitter. Non è la prima volta e continuerò a farlo. Il mio gesto è quasi automatico ormai, scatta ogni volta che sento di poter illuminare anche io Lirio con un piccolo cerino, per contribuire allo splendore del falò necessario.

Ma oggi questo gesto ha avuto un’eco. Uno stridore: al mio tweet ha risposto Sergio Carminati, il fratello di Massimo: così sergioc

E con una mia piccola risposta: https://twitter.com/sergio8111963/status/790585572096090112 .
Ho scoperto così che Sergio Carminati tormenta Lirio da tempo e, devo confessarlo, mi sono spaventata stavolta non solo per lui. Però mi capita da sempre di reagire alle paure. E di aumentare così il rumore che posso fare, i cerini diventano candele e le candele interi tronchi infiammati, di rabbia e disprezzo, ma sopratutto di pensiero e gioia. Perché sono fatta così: a ogni colpo preso reagisco laddove meno uno se lo aspetta. Così ho rispolverato questo blog, che “dormiva” da un bel po’, per raccontare anche questo. Sono una donna, la resilienza è il mio mestiere. E adoro la creatività 🙂

Se leggete questo post e ne avete voglia, potete sostenere Lirio su twitter @LirioAbbate e su facebook https://www.facebook.com/lirio.abbate?fref=ts

Quando ho conosciuto Lirio

ENTI LOCALI 2007-11-28
REGIONI: E-R; ASSEMBLEA UNANIME, SOLIDARIETA’ A LIRIO ABBATE
Documento: 20071128 01290

ZCZC0327/SXR

R REG S57 S04 S45 QBXJ

REGIONI: E-R; ASSEMBLEA UNANIME, SOLIDARIETA' A LIRIO ABBATE

   (ANSA) - BOLOGNA, 28 NOV - E' stata presentata all'Assemblea

legislativa dell'Emilia-Romagna una risoluzione firmata da

decine di consiglieri regionali di tutti i gruppi rappresentati

nell'emiciclo, per esprimere ''piena solidarieta' al giornalista

dell'ANSA e collaboratore della Stampa Lirio Abbate per le gravi

minacce ricevute a causa del suo lavoro di cronista, condotto

con accuratezza, scrupolo e onesta', nell'interesse

dell'opinione pubblica''.

   Abbate, costretto a vivere sotto scorta dal maggio scorso

perche' minacciato dalla mafia, e' tra l'altro autore con il

collega dell'Espresso Peter Gomez del libro ''I complici - Tutti

gli uomini di Bernardo Provenzano, da Corleone al Parlamento'',

Fazi Editore (Premio Cabalbio), una ricognizione delle

complicita' che hanno protetto per 40 anni la latitanza del

boss. Nel settembre scorso e' stato bersaglio di un ordigno

rudimentale costruito con un paio di contenitori di liquido

infiammabile e alcuni cavi elettrici, notato dagli agenti del

servizio bonifica dell'Ufficio scorte di Palermo e disinnescato

dagli artificieri.

   Solo poche settimane fa, il 4 ottobre scorso - si ricorda

nella risoluzione - il giornalista ''e' stato direttamente

minacciato dal boss Leoluca Bagarella che, collegato in

videoconferenza dal carcere di Parma per il processo Carava'

davanti alla prima Corte d'Assise palermitana, l'ha nominato,

intendendo negare quanto Abbate aveva scritto dello scambio di

fedi con Santapaola''.

   Il suo lavoro e' ora riconosciuto in tutta Italia e,

recentemente, gli sono stato assegnati il 28 ottobre scorso il

''Premio Borsellino per l'impegno sociale e civile'' a Pescara

e, solo ieri, il premio Guido Dorso per il settore giornalismo

che avra' la sua cerimonia domani nella biblioteca Giovanni

Spadolini del Senato. Solo due ''tra i diversi riconoscimenti

che sempre piu' numerosi testimoniano del suo lavoro, che

continua - precisa il documento -, da Palermo''.

   La risoluzione, poi, ''auspica che il muro dell'indifferenza

e dell'omerta' sia abbattuto e non manchi il sostegno alle

persone che, quotidianamente, rischiano la vita per garantire il

diritto e la liberta' d'informazione e l'affermazione della

sicurezza e della legalita'''.

   Del documento e' primo firmatario il capogruppo Ds, Daniele

Manca, seguito tra gli altri da Marco Barbieri (Margherita),

Giorgio Dragotto (Fi), Donatella Bortolazzi (Pdci), Luca

Bartolini (An), Silvia Noe' (Udc), Paolo Zanca (Sdi), Leonardo

Masella (Prc), Maurizio Parma (Lega nord), Massimo Mezzetti

(Sd), Gianluca Borghi (Ecodem), Luigi Francesconi (Gruppo della

Liberta'), Carlo Monaco (Per l'Emilia-Romagna), Paolo Nanni

(Idv), Daniela Guerra (Verdi). (ANSA).

     SE

28-NOV-07 12:19 NNNN

ZCZC1638/SXR

R REG S57 S04 S45 QBXJ

REGIONI:E-R; ASSEMBLEA UNANIME,SOLIDARIETA' A LIRIO ABBATE (2)

   (ANSA) - BOLOGNA, 28 NOV - L'Assemblea legislativa

dell'Emilia-Romagna ha poi approvato il documento di

solidarieta' nel tardo pomeriggio.

   Il voto ha rispecchiato lo spirito del tutto unanime delle

firme che hanno sostenuto l'iniziativa di solidarieta' nei

confronti del giornalista siciliano che, ricorda la risoluzione,

ha anche ''ricevuto nel 2006 il premio Ischia di giornalismo e

il premio Roberto Ghinetti per essere stato il primo a dare la

notizia della cattura del capomafia Bernardo Provenzano''.

(ANSA).

     SE

28-NOV-07 19:33 NNNN







Blu cancella a Bologna e non si tratta solo di street art, è politica. Con due appunti

#NelgrigiodipintodiBlu Ieri sono stata così impegnata a raccontare che Blu aveva deciso di far sparire tutti i suoi murales da Bologna, disturbata dal dispiacere di non poter più vedere vicino casa la sua ‘battaglia’ di Mordor (http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=12700), ormai coperta da vernice grigia, da non riuscire a focalizzare tutti i pensieri intorno a questa faccenda.

Molti di questi pensieri li ha espressi a modo suo il collettivo di scrittori Wu Ming (http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=24357) linkato dallo stesso Blu a mo’ di spiegazione dal proprio blog (http://blublu.org/sito/blog), dove ha comunque annunciato che non lavorerà più a Bologna “finché i magnati magneranno”. Cioè per sempre.

L’accusa esplicita di entrambi è contro quella precisa figura dell’economia e della cultura bolognese che è l’ex rettore ed ex-molte-cose Fabio Roversi Monaco, ora presidente di quell’ente Genus Bononiae che insieme alla fondazione bancaria Carisbo ha organizzato la mostra sulla street art contestata da Blu (http://www.genusbononiae.it/mostre/street-art-bansky-co-larte-allo-urbano) .

Le ragioni di questa contestazione sono però davvero tante. Una è sicuramente quella già dibattuta per settimane dalla cosiddetta intellighenzia culturale della città, pro e contro la museificazione di opere nate in strada. Opere destinate dunque a quel pubblico, un po’ casuale, del passante che si stupisce, e un po’ rituale della comunità riferimento di Blu, quella anarchica, che è off da tutto.

  • Qui serve una nota a margine: a Bologna sono attivi almeno cinque centri sociali di diversa matrice politica e Blu è vicino agli anarchici di Xm24, che però i marxisti del Tpo tengono alla larga, muovendosi diversamente: come loro, o quasi, hanno firmato una convenzione con l’amministrazione Pd, ma in giugno si presenteranno alle elezioni comunali all’interno di una coalizione tra sinistra Sel-SI, civatiani e associazioni vicine all’ex assessore alla cultura Alberto Ronchi. Scelta politica lontana dagli anarchici, che però il candidato sindaco della coalizione si offre di rappresentare, esprimendo una sentita vicinanza al gesto di Blu. Vedremo con quanto successo visto che gli anarchici, di norma, non votano. Anche Laboratorio Crash, che fa riferimento all’area dell’Autonomia, ha collaborato con Blu, cancellando il murale dell’elefante in via Zanardi e durante l’azione alcuni attivisti sono stati denunciati.

Quel che fanno gli anarchici, da sempre, è individuare per benino dove siede il Potere. E tentare di colpirlo con assalti frontali. La storia ci consegna i nostri insuccessi (sì sì, nostri: sono anarco-pacifista, anche se ogni tanto voto, uno strano animale politico) . Insuccessi dovuti soprattutto allo strumento d’attacco, aperto e sincero, mai troppo efficace contro i tentacoli della piovra. E spesso anche all’insufficiente considerazione degli effetti provocati dall’assalto. Per non parlare dei bersagli scelti.

Qui l’attacco è a Roversi Monaco e alla città ufficiale, annettendo Genus Bononiae e fondazione bancaria all’amministrazione comunale, in un tutt’uno che forse però andrebbe esaminato un po’ meglio, se non altro dal punto di vista della gestione culturale. Da qualche anno il Comune non ha quasi più fondi – tagliati da uno Stato alle prese con l’Europa che lo ha costretto a un pareggio di bilancio del tutto insostenibile – mentre le fondazioni bancarie ne hanno avuti ancora un po’, anche se meno di prima. Negli anni scorsi la fondazione Carisbo, allora sotto la guida proprio di Roversi Monaco, aveva deciso di non finanziare più la progettazione culturale del Comune, ma di promuovere direttamente istituzioni e manifestazioni: Roversi Monaco fa nascere Genus Bononiae e il suo Museo della storia della città a Palazzo Pepoli, che ospita anche la sede massonica del Grande Oriente d’Italia; fa ristrutturare diversi edifici in centro storico, poi adibiti a concerti e rassegne anche di valore, ma con un approccio a metà tra la musica in camera del Re Sole e la beneficienza aristocratica; fa restaurare gli organi antichi di San Petronio, basilica simbolo di Bologna. Non tutti i progetti grandiosi gli riescono, di sicuro non l’Auditorium che l’archistar Renzo Piano avrebbe voluto progettare, ma questa è un’altra storia. Nel frattempo il Comune litiga con molti artisti bolognesi perché non ha più fondi da distribuire a pioggia; trasforma in fondazione la Cineteca – perché non può più gestirla direttamente – che comprende il prestigioso laboratorio di restauro filmico; ristruttura la propria gestione museale, chiudendo il Morandi che si era fatto conoscere a livello internazionale, per trasformarlo in un’ala del MamBo aggrovigliato nelle logiche del contemporaneo, in collegamento con Arte Fiera; lascia da parte una miriade di progetti e comincia una lunga caccia ai privati disposti a gestire teatri che rischiano di chiudere, come il Duse abbandonato dall’Eti e Celebrazioni, già riaperti, mentre l’Arena del Sole, il teatro di città per eccellenza, è stato salvato dalla Regione con la Fondazione Ert. Il Comune che lotta anni per non far affondare le proprie politiche culturali – che per altro discute poco o niente – mentre la Fondazione Carisbo investe autonomamente solo per dare la sua specifica impronta alla città, due azioni quasi senza coordinamento in una città non grande, 350mila abitanti, in tempi di crisi. Ce n’è da far arrabbiare tutta una città abituata da 70 anni a partecipare alle scelte pubbliche.

Certo Roversi Monaco, che quando era rettore lo si ricorda per aver cominciato negli anni Ottanta quella saldatura tra Università di Bologna e imprese che penalizzò la ricerca pura per valorizzare quella economicamente finalizzata, è anche particolarmente creativo nel perseguire i propri obiettivi. Lo potrei vedere divertito da questa recente idea di collezionare nel ‘suo’ Museo anche questo Blu che con lui non ci vuole neanche parlare, nonostante abbia già collaborato con il Moca a Los Angeles (che però poi gli cancellò il muro considerandolo patriotticamente offensivo), con la Tate Modern di Londra e con HangarBicocca a Milano. Insomma, è stato rilevato, questo street artist non è poi così pauperista come vorrebbe far credere. Eppoi, è stato cercato ma non si è fatto trovare, mentre altri hanno invece accettato di esporre alla mostra. Mi sembra di sentirlo Roversi Monaco, dopo i murales cancellati: avevamo ragione! Almeno un suo lavoro lo abbiamo salvato. Ma questa è farina del mio sacco, a caldo lui non ha voluto commentare il gesto di Blu, parlandomi solo di una opportuna “discrezione” in questo momento.

Comunque Blu non è pauperista, è anarchico. Ed è preciso nel suo segno, che vuole autodeterminare, con un approccio che a Bologna è particolarmente condiviso, anche per questo era così diffuso. La ‘battaglia’ disegnata sulla parete dell’Xm24 era un riassunto politico, la rappresentazione delle mille battaglie di base combattute per decenni in città occupando spazi dismessi, tentando vite collettive diverse dall’offerta dominante ingiusta e noiosa, collettivi oggi ancora più necessari perché la crisi ha fatto diventare sempre più difficile condurre vite ‘normali’. Era una battaglia combattuta a suon di mortadelle volanti come bombe lanciate dai mostri di Mordor. Romano Prodi affettò una mortadella in piazza Maggiore quando vinse le elezioni dieci anni fa, per deridere le destre e chi lo aveva apostrofato con il nome del salume tipico di Bologna. Far lanciare una mortadella dai mostri di Mordor aveva dunque qui un significato squisitamente anarchico, sberleffo e insieme constatazione del fallimento del centrosinistra prodiano che tutto ‘il basso’ avrebbe voluto comprendere e rappresentare.

A Roversi Monaco ha sempre importato poco di Prodi. Voleva Blu come ha sempre voluto sussumere ogni segno contrario all’establishment – establishment tout court, di centrodestra o centrosinistra non cambia troppo – e così neutralizzare la critica, inglobandola in segni e pratiche che la smussano e la confondono. Ogni protesta museificata è già più che depotenziata, è decontestualizzata e quindi annullata, cancellata negli effetti oppositivi attuali. Il problema non è dunque solo di segno artistico come i curatori oggi ci vogliono far credere.

E’ stato più volte fatto notare che Blu, interpellato per la mostra, non ha detto No. Avrebbe potuto semplicemente rendere indisponibili i propri lavori, invece ha taciuto e poi li ha cancellati da Bologna lasciando deserti di muri grigi, specchio del grigiore al quale questa politica culturale intendeva condannarlo. Dolorosamente per i suoi estimatori e per sé stesso: anche se ormai si può dire che conosce e domina quella sensazione di perdita, dopo i due grandi murales cancellati a Berlino nel dicembre 2014 prima che la speculazione edilizia li distruggesse o li trasformasse in attrazioni immobiliari. Cancellare non è il gesto preferito di un artista, ma Blu ha scelto di farlo lavorando insieme a due centri sociali che, organizzando spazi quotidiani paralleli – come il mercato contadino dei produttori diretti all’Xm24 – dimostrano che un’altra vita è possibile nella stessa città, se combatti Mordor. Un gesto sociale e politico, dunque, per protestare contro Roversi Monaco e contro chi gli lascia da tempo mano libera, in una prevaricazione economica e culturale che dice, in sostanza: posso trattarti così e lo faccio, anche se il soggetto sei tu e non sei d’accordo. Un’arroganza potente che intendeva trasformarlo da soggetto creatore in oggetto della prevaricazione. Blu si è ribellato e, sottraendosi, è tornato ora protagonista.

Blu però ha sottratto anche a noi. A Bologna ha voluto cancellare tutto materialmente prima che altri distruggessero simbolicamente il suo lavoro. Si può anche attribuire alla simbologia, soprattutto in arte, un valore molto alto, pari al valore tangibile di un prodotto culturale, ma la conseguenza della cancellazione di vent’anni di interventi forse comporta anche un corto circuito, non voluto da Blu con parte del suo pubblico di riferimento, che pur appoggiandolo nelle sue battaglie politiche e culturali, avrebbe voluto continuare a godere delle sue opere sparse per la città. Le domande circolate sui social: non si poteva scegliere un’altra forma di protesta? Non se ne poteva parlare prima di cancellare? Questo è il primo dei due appunti che gli faccio: se il suo era un dono, forse avrebbe dovuto discutere pubblicamente cosa farne, forse la protesta, condivisa, poteva anche trovare una forma per esprimersi che fosse altrettanto condivisa, almeno più di questa che, lasciando muri grigi, restituisce arroganza all’arroganza, senza indicare nulla se non la protesta.

Certo un punto fermo è che la street art si fotografa, o si organizzano visite guidate ai luoghi, non si stacca dai muri, a meno che non sia l’autore a farlo togliendolo da una parete che gli appartiene in qualche modo: è una questione etica ed estetica prima ancora che legale, prima ancora di chiedersi a chi appartiene un’opera regalata al mondo anche nel suo supporto materiale, non solo nel suo significato. Tanto più se l’autore si rifiuta, non si trova o non risponde: quel murale va lasciato dov’è. Almeno per 70 anni, direi, in un’analogia temporale con il diritto d’autore e di oblio del sentiment.  Con il rischio che vada perduto? Sì, ha risposto ieri Blu cancellando tutta la sua produzione bolognese. E’ come se avesse detto: vi ho fatto un regalo, ma se mi tradite così tanto, me lo riprendo. Anche se il problema fosse davvero la conservazione di queste opere, Blu ieri ha detto che Bologna, per non accettare di perdere qualcosa, ha perso tutto.

Oggi mezzo mondo ne parla, pro e contro. Tra chi lo appoggia, insigni esperti d’arte e cultura criticano il suo gesto, a partire da chi lo mette a confronto con gli altri street artist che hanno invece accettato quella mostra, lui ‘disertore’ che ha scavalcato tutti quanti: ma chi si crede di essere?

Il mio secondo appunto però è del tutto diverso. E’ che, facendo parlare così tanto, ha fatto un altro regalo alla città e alla stessa mostra di Roversi Monaco, che dopo le prime polemiche strettamente culturali, si avviava a un vernissage un po’ in sordina. Ora invece arriveranno un po’ di telecamere a Palazzo Pepoli. Anche perché gli unici pezzi di Blu rimasti a Bologna saranno proprio i tre ‘distacchi’ esposti in quella mostra, visibili al costo di 13 euro. E non era certo questo l’effetto cercato da Blu con la propria contestazione.

Ai posteri, forse, resteranno le opere in sé, come sono arrivati a noi tanti pezzi di storia dell’arte, del tutto decontestualizzati rispetto all’intenzione dell’autore, del committente, del primo proprietario. Certo è che quasi tutti quei capolavori storici erano stati venduti dagli autori, mentre Blu a Bologna aveva dato, regalato, prima di togliere.

Aggiornamento 20 marzo – Poi Roversi Monaco si è deciso a commentare, ma non ha detto nulla che aggiunga, tolga o modifichi questi pensieri.

http://espresso.repubblica.it/attualita/2016/03/14/news/blu-cancella-i-murales-per-protesta-l-organizzatore-della-mostra-li-abbiamo-salvati-dovrebbero-ringraziarci-1.253951

Anche Wu Ming ha deciso di replicare ad alcune obiezioni. Ecco il loro supplemento d’indagine: http://www.internazionale.it/opinione/wu-ming/2016/03/18/blu-bologna-murales-mostra

Siria. Shhh… ancora morti. RT Gabriele Del Grande #fermareleguerrenonlepersone

(di Gabriele Del Grande)

Ma in Siria è scattata la tregua o il silenzio stampa? Perché io ogni giorno continuo a contare le stragi ma poi sui giornali non trovo niente. Solo ieri sono morti 42 civili. E non è solo il regime ad uccidere. L’artiglieria di Jabhat al-Nusra ad Aleppo ha sparato un centinaio di bombe artigianali sul quartiere di Sheykh Maqsoud controllato dalle milizie curde dell’YPG, uccidendo almeno 17 civili, tra cui 4 bambini e 3 donne. Nelle stesse ore, gli aerei russi bombardavano undistributore di benzina ad Abu Zuhur, nella provincia di Idlib controllata da Jabhat al-Nusra, causando la morte di 19 civili. Mentre a Deir Ezzor, l’Isis colpiva con una raffica di mortai i quartieri controllati dal regime a Joura e al-Qusur, uccidendo 6 civili, tra cui 2 bambini. Immaginate lo stesso scenario, le stesse stragi, ripetersi ogni giorno dell’anno da cinque anni a questa parte e capirete che ci fanno tanti siriani in frontiera a Lesvos, Idomeni, Calais. E capirete perché siamo così tanti a chiedere da un lato l’apertura di corridoi umanitari e dall’altro un maggior impegno della comunità internazionale per la fine della guerra. ‪#‎fermateleguerrenonlepersone‬

Fonti:
– Sheykh Maqsoud, Reuters reut.rs/1R30goS Video on.fb.me/1RPOJfR Fotobit.ly/1OYoSxG
– Abu Zuhur, Sohr bit.ly/1SwyVRr Video bit.ly/1W5Cygd
– Deir Ezzor, Deirezzor 24 bit.ly/1U1e9uu

Gabriele Del Grande (https://it.wikipedia.org/wiki/Gabriele_Del_Grande)

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